“L’Italia mi manca, perché l’ho sempre amata, e so che potrebbe essere il Paese più bello del mondo”. A parlare è Barbara, trentenne di Milano e laureata all’Accademia di Brera che ora vive a Villeneuve Loubet in Francia. Lei, come oltre 1200 giovani migranti dell’Europa Mediterranea, ha partecipato al lavoro di datajournalism Generation E, che ha raccolto le storie di under 40 che provengono da Spagna, Italia, Grecia e Portogallo.

I motivi dell’espatrio – Se la crisi economica e i tassi di disoccupazione giovanile nei paesi del Sud Europa rimangono il motivo principale, le storie dei migranti fanno emergere anche altri fattori. C’è chi fa le valigie per inseguire le proprie ambizioni personali. Chi parte per studio. Chi per motivi sentimentali. Chi a causa di un clima politico-culturale che ritiene irrespirabile. Spesso, comunque, più di un fattore influenza la scelta.

Fuga o mobilità?Uno dei nodi della ricerca scientifica sul fenomeno della fuga di cervelli (“brain drain” in inglese) è la stima del numero degli espatriati altamente qualificati che tornano – o intendono tornare – nel proprio Paese. Un ritorno restituirebbe al paese di provenienza molti vantaggi: l’espatriato – oltre ad essere rimasto attivo nel mercato del lavoro durante il periodo all’estero – riporterebbe con sé una preziosa serie di esperienze, conoscenze e relazioni. Generation E ha provato a misurare l’intento degli expat di ritornare nel proprio paese. Da notare che l’82% dei partecipanti italiani ha dichiarato di essere laureato.

Dati incompleti – Le stime del sito Fuga dei Talenti e le ricerche di Claudia Cucchiarato, autrice del libro Vivo Altrove, parlavano di circa il doppio degli espatriati italiani che non si registrano all’Aire. Generation E estende il dato ai migranti dell’Europa Mediterranea e conferma il trend. In Italia il 41% dei partecipanti ha affermato di non essersi ancora registrato all’anagrafe dell’estero, creando di fatto un buco nelle statistiche ufficiali.

“Un aspetto critico per la persona che lascia l’Italia è che con l’iscrizione all’Aire va perso, tra altre cose, il diritto all’assistenza medica italiana”, spiega l’Osservatorio degli Italiani a Berlino. Problema confermato dalla sociologa spagnola Amparo González secondo cui “per avere dati migliori, bisogna creare uno stimolo positivo alla registrazione, non come in Spagna dove registrandosi si perde accesso al proprio medico di famiglia dopo tre mesi vissuti all’estero”.

Caleidoscopio di emozioni – Le storie raccolte lasciano emergere una realtà sfaccettata ed emotiva, legata alle difficoltà superate e soddisfazioni accumulate. Ma quel che unisce i percorsi degli expat mediterranei, come spiega Beatrice, traduttrice pugliese ora a Monaco di Baviera, è la condivisione di uno spirito. “Ci capiamo al volo tra noi, quando ci incontriamo, perché insieme viviamo un caleidoscopio di entusiasmo, rancore, nostalgia e speranza per il futuro”. Sotto la ‘nuvola delle parole’: quelle che più di frequente appaiono nelle storie di Generation E:

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Sul sito GenerationE.eu è possibile seguire gli sviluppi del progetto nelle altre lingue, così come sulla pagina facebook o attraverso l’hashtag Twitter #GenerationE. E su questo gruppo gli expat possono conoscersi e scambiare idee e opinioni sulla vita all’estero.

I dati aggregati sulla ricerca sono rilasciati sotto licenza CC-BY 4.0.

Generation E è a cura di quattro giornalisti europei: Jacopo Ottaviani (coordinatore), Daniele Grasso, Sara Moreira e Katerina Stavroula. I media partner sono Il Fatto Quotidiano, El Confidencial (Spagna), RadioBubble (Grecia), P3 (Portogallo) e CORRECT!V (Germania). Il progetto è stato supportato da JournalismFund.eu. La raccolta delle storie degli expat continua: per raccontare la propria esperienza è possibile compilare questo form

Twitter: @jackottaviani