Gil Troy, storico ed editorialista del Jerusalem Post. Molti opinionisti in Israele, e non solo, cominciano ad utilizzare questo termine: è iniziata una terza Intifada?

“Non uso il termine Intifada. Indica la nobile insurrezione contro un’occupazione maligna. Chi dà il nome a un fenomeno lo fa per trarne vantaggio: la “seconda Intifada” non era altro che la guerra del terrore organizzata da Arafat contro il processo di pace. Fino ad adesso, possiamo dire che si tratta chiaramente di esplosioni di violenza organizzate, ma come storico io devo aspettare per verificare se si può parlare di questo nuovo aumento della tensione con gli stessi termini di quelli precedenti. Bisognerà vedere se questi nuovi episodi dureranno quanto gli altri e se saranno altrettanto sostenuti e significativi”.

La tensione sembra partire nuovamente dalla Moschea di Al Aqsa. Ma quella attuale non era una situazione accettata da entrambe le parti?

“Sì, c’era uno status quo riguardo alla questione della Moschea di Al-Aqsa o Monte del Tempio. Questa situazione prevedeva le visite degli ebrei al sito, adesso fortemente limitate. Io vedo piccoli cambiamenti in questo status quo, vedo anche un tentativo palestinese di spingere verso un considerevole cambiamento, con l’unico obiettivo di infiammare la situazione“.

Eppure il rabbino Yehuda Glick, attivista di destra vittima di un recente attentato, chiede da tempo un cambiamento delle regole in modo che gli ebrei possano pregare sulla Spianata. Quante persone in Israele appoggiano la sua causa?

“Molto pochi. Tutti i suoi tentativi hanno accresciuto il numero delle visite da 4mila a 6mila, o quasi. Sinceramente non avevo mai sentito parlare di lui prima che subisse l’attentato. I tentativi di omicidio, spesso, si ritorcono contro a chi li organizza e finiscono per pubblicizzare cause che, prima, nemmeno erano conosciute. Il fatto che sia stato portato alla ribalta dai palestinesi è la prova di come, spesso, cause marginali vengano gonfiate o distorte per scopi politici, per  alimentare la violenza“.

Questi attacchi influenzeranno il processo di pace?

“Il processo di pace era tramontato già prima dell’esplosione della violenza. La mia ottimistica speranza è riposta sul fatto che menti più fredde da entrambe le parti capiscano che israeliani e palestinesi devono vivere insieme e ricaccino ulteriori violenze con creative, fuori dagli schemi e visionarie negoziazioni“.

Perché  Netanyahu ha deciso di annunciare 1.060 nuovi insediamenti in West Bank proprio durante i colloqui di pace?

“Dobbiamo essere precisi quando si parla di certe cose: stiamo parlando dell’espansione di insediamenti esistenti, non ne vengono legalizzati di nuovi da più di 10 anni. Detto questo, il primo ministro, Benjamin Netanyahu, dovrebbe avere uno sguardo più sensibile sulla questione e dovrebbe essere più aggressivo nel tentare di assicurare il progresso puntando alla pace“.

Gli Usa e alcuni Paesi Ue hanno più volte condannato la politica israeliana sugli insediamenti. Come viene vissuta questa situazione in Israele?

“Gli israeliani sono nervosi. La disapprovazione ha spesso l’effetto contrario, fa sentire gli israeliani soli e li mette sulla difensiva, che non è lo stato d’animo giusto per incoraggiare colloqui di pace o compromessi”.

Quali saranno le prossime scelte del Governo d’Israele e della Palestina?

“Come storico, mi risulta difficile predire il futuro. Posso dire di essere preoccupato perché i palestinesi sembrano disposti a incoraggiare altra violenza, gli israeliani sembrano pronti a imporre leggi più aspre e la tensione, nel breve termine, sembra destinata a salire. Leader visionari, invece, dovrebbero intervenire nei negoziati proponendo qualche valida soluzione a breve termine, inserita in un più ampio e strutturato esercizio di costruzione della verità. In questo modo si eviterà la morte di molti civili innocenti da entrambe le parti”.

Twitter: @GianniRosini