Se nelle precedenti puntate del romanzo artistico ed esistenziale del duo del Teatro delle Ariette era la vita a scalare le vette, la vita ad emergere ed a pungolare, la vita a macinare gli eventi, in quest’ultimo (dal 2000 fanno teatro nel loro spazio-deposito degli attrezzi in aperta campagna tra Bologna e Modena) Sul tetto del mondo ha una vena caustica come se si sentisse copioso e corposo l‘amaro finale, dopo che la cannuccia si è abbeverata e sul fondo non sia rimasta che poltiglia, che uno strato granuloso difficile da buttare giù.

Ad una prima parte, stranamente silenziosa e taciturna, misurata e compassata dove scorrono filmati in un mix tra tecnologia e semplicità, fa da contraltare una seconda più vicina alle loro consuete corde dove si allarga il racconto delle piccole esperienze di tutti i giorni, l’oralità accorata, soffusa come le abat-jour sparse che inondano di quel calore familiare da camera da letto, da nido dove stringersi al tepore per combattere il freddo che spaventa là fuori.

La voce fuori campo di un bambino, il ritorno all’innocenza, che pare proporsi come una fiaba, un mito, una leggenda dispersa nel vento dei tempi tra fili d’erba e colline, fa metafora della coppia che, come uccellini, hanno beccato la natura, se ne sono dissetati e, come sono arrivati così se ne sono andati, lasciando un buon ricordo in chi ha avuto la fortuna di incrociarli, di sentirli, o anche solamente di vederli, piccoli, fragili, deboli, dalle piume comuni ma proprio per questo unici, umili, “normali” in questo mondo di supereroi egotici, muscolari e competitivi.

Un canto conclusivo senza molte vie d’uscita, segnato anche dalle croci che prima diventano spaventapasseri ma che poi restano lì nude ad omaggiarci con la loro ombra che segna i tavoli (che sembrano ampi bianchi letti matrimoniali) dove regnano le loro tagliatelle. Qui, come di consuetudine, le Ariette (Paola, Stefano, più Maurizio) donano il loro lavoro artistico e intellettuale ma anche, sullo stesso piano di dignità ed importanza, quello quotidiano che svolgono nei loro campi, tra bestie ed ortaggi: il sudore del palco e quello della vanga.

Ariette

Con un ombrello rosso (ad Hong Kong c’è stata da poco la pacifica “rivoluzione degli ombrelli”), che certamente non li ripara dalle terribili intemperie della crudeltà del mondo e dalle ferite del tempo, piccoli uomini di Magritte (hanno anche la bombetta), foloniani o dechirichiani, come pennellate di Monet o Seurat, si stagliano senza fretta, leggeri, pacati, senza disturbare il flusso di quella brezza fredda mai stanca che tutto spariglia, sbalza, sfora, sfonda, pettina incessantemente i lunghi fili d’erba come capelli di sirena.

E’ una continua dichiarazione d’amore, verso l’altro, verso quel loro piccolo mondo antico che si sono costruiti e ritagliati da difendere e proteggere, verso la natura che non ha sentimenti ma semplicemente segue il proprio corso, verso tutti i momenti concessi su questa Terra.

Ma è comunque un tirare le fila, un cercare di raccogliere i fili lasciati come novelli Teseo nel labirinto degli anni, un ritrovare la strada maestra verso una luce più profonda al di là delle minuzie dei giorni nel corpo che ci è stato assegnato nella lotteria della “grande giostra”.

L’elenco delle morti che hanno segnato gli ultimi anni, dai genitori ai cari animali, è tutto un riepilogo delle puntate precedenti come se non ve ne potessero essere altre, come se qui ed ora si fosse interrotto qualcosa. Uno sguardo che volge più al passato che al futuro. Del presente rimangono gesti veloci, affascinanti e millenari come scompigliare la pasta fresca come fossero i capelli gialli di un pagliaccio, o l’acqua calda che scorre dalla scolatura della pasta come una fonte battesimale. Ci sono state infinite nascite e rinascite, adesso siamo davanti ad un canto funebre.

Un nuovo inizio per le Ariette.

Monteveglio (Bologna)