Matteo Renzi gli aveva chiesto un paio di pagine. A Stefano Esposito, vice presidente in quota Pd della commissione Trasporti del Senato, ne sono servite quasi cinque per redigere quella «nota puntuale» con cui ragguagliare il presidente del Consiglio sull’esplosione dei costi di un’opera già contestatissima come la Tav Torino-Lione. Fatto sta che, al rientro dal vertice G20 di Brisbane, in Australia, il premier è pronto a prendere personalmente in mano l’intero dossier. Un dossier che, proprio a causa del balletto di cifre, ha scalato nelle ultime 48 ore la lista delle priorità nell’agenda di Renzi. Al punto che a Palazzo Chigi sono già al lavoro per verificare, capitolo per capitolo, le spese già sostenute e quelle ancora in programma e, soprattutto, per individuare e sanzionare, come suggerisce Esposito nella sua relazione al premier, le eventuali responsabilità che in questa vicenda, costata negli ultimi giorni all’Italia una discreta figuraccia, avrebbero avuto il ministero delle Infrastrutture e Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) del Gruppo Ferrovie dello Stato.

CIFRE FUORI BINARIO
Tutto comincia il 24 ottobre quando, un articolo («Il costo della Tav sale a 12 miliardi») pubblicato dal Il Sole 24 Ore, sulla base del Contratto di Programma 2012-2016, accende riflettori e polemiche sui costi della nuova linea ferroviaria che unisce l’Italia e la Francia: per realizzare la Torino-Lione, scrive infatti il giornale di Confindustria, gli investimenti calcolati in 8,3 miliardi nel 2012, sarebbero saliti, per effetto dell’aggiornamento all’anno in corso, a 11,9 miliardi. Per realizzare il 57,9 per cento dell’opera spettante all’Italia occorrerebbero in sostanza non più 4,8, ma la bellezza di 6,9 miliardi di euro. Sottraendo il 40 per cento coperto con finanziamenti dell’Unione europea, a carico dell’Italia, stando proprio al Contratto di Programma 2012-2016 sottoscritto l’8 agosto di quest’anno tra Rfi e il ministro Maurizio Lupi, resterebbero quindi 4,1 miliardi e non 2,9 come stimato da Ltf (Lyon Turin Ferroviaire), la società mista italo-francese incaricata della progettazione e della costruzione della Tav. Cifre che fanno rizzare i capelli ai parlamentari della commissione Trasporti del Senato che, allarmatissimi, convocano i vertici di Ferrovie dello Stato (controllore di Rfi). L’audizione, a Palazzo Madama, viene fissata per l’11 novembre, giorno in cui però si assiste ad un altro balletto di cifre.

Mentre infatti quella mattina il ministro Lupi si presenta alla Camera a spiegare che la Torino-Lione resta una delle «priorità del governo» e a confermare «che i costi sono stati fissati e che a febbraio-marzo su questi costi Francia e Italia chiederanno il co-finanziamento all’Europa», qualche ora più tardi, il presidente delle Fs Marcello Messori, davanti ai membri della commissione senatoriale si esibisce in tutt’altra versione fornendo uno scenario ancora più incerto rispetto a quelle riportate, qualche settimana prima, da Il Sole 24 Ore. Cosa dice il presidente di Fs? Senza giri di parole, Messori definisce addirittura «non determinabile con precisione» tanto il costo definitivo quanto i ricavi futuri della grande opera Torino-Lione.

ERRORI DI CALCOLO
Insomma, un disastro. Del quale, nel giro di poche ore, viene informato il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che, scavalcando il suo interlocutore istituzionale, il ministro competente Maurizio Lupi, si rivolge direttamente al democratico Esposito chiedendo prima informazioni sommarie sull’affaire e poi commissionandogli il rapporto, la famosa «nota puntuale», che il vicepresidente della commissione Trasporti gli consegna a poche ore dalla partenza per l’Australia. Ma cosa scrive per la precisione Esposito nelle sue cinque paginette al premier? Con una tabella, il senatore del Pd ricostruisce quello che, a suo avviso, è l’arcano che si cela dietro l’esplosione delle spese che l’Italia dovrebbe sostenere. «Il nodo della questione», a suo avviso, «è la previsione dei costi di investimento dell’opera». Nel 2012, valutandoli in «euro costanti» (cioè bloccati fino alla conclusione dell’opera), Ltf li fissa in 4,8 miliardi (di cui circa 2,9 a carico dell’Italia). Rfi, nel Contratto di programma, calcolandoli in «euro correnti» (cioè attualizzati al 2014), li porta invece a 6,9 miliardi, 4,1 dei quali sulle spalle del nostro paese, proprio le cifre riportate dal “Sole 24 Ore”. Un calcolo, secondo Esposito, del tutto improprio dal momento che «non esiste alcuna fonte ufficiale che avalli questo dato». Il Cipe, aggiunge infatti il senatore del Pd, «non si è ancora pronunciato sul progetto definitivo di Ltf e gli unici importi disponibili sono al momento espressi in euro costanti». Una procedura che il vicepresidente della commissione Trasporti boccia con parole pesantissime: «Gonfiare oggi il costo corrente», scrive, «è improprio, immotivato ed irresponsabile».

MINISTERO NEL MIRINO
Il senatore Esposito non si limita però a denunciare l’errore. Davanti all’incertezza delle cifre che dall’Italia rimbalza verso la Francia non senza conseguenze, l’esponente del Pd suggerisce a Renzi anche di «individuare i responsabili» dei costi impazziti, ossia «chi ha prodotto la proposta di contratto Rfi e chi doveva controllarlo nel ministero delle Infrastrutture» al fine di «censurare il loro comportamento per il grave danno economico e d’immagine arrecato». E non basta perché Esposito sostiene anche la necessità di verificare «se questo errore di sovrastima non sia stato sistematico» e, quindi, se anche «altri valori contenuti nel contratto Rfi (dal Brennero al Terzo Valico, passando per la Napoli-Bari) non siano stati» anch’essi «gonfiati nel passaggio da costo costante a costo corrente». Questi i fatti denunciati nel dossier preparato da Esposito per il presidente Renzi. Per capire quali effetti il documento produrrà anche politicamente ci sarà da aspettare il rientro del premier dall’Australia. Renzi fisserà in agenda, tra martedì e mercoledì, un incontro con il vice presidente della commissione Trasporti del Senato per riprendere il discorso. Con Esposito, appunto, mica con Lupi.

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