Abuso d’ufficio e turbativa d’asta. ​Alla fine gli avvisi di garanzia sono volati ai piani alti del Miur. E tra gli indagati figura anche l’uomo appena nominato dal governo a capo dell’Ispettorato nucleare. La Procura di Roma ha iscritto il nome di Antonio Agostini, segretario generale del Ministero dell’Ambiente ed ex dg della ricerca all’Istruzione, nel registro delle notizie di reato. I magistrati hanno presentato oggi l’avviso di chiusura indagini, atto che normalmente precede la richiesta di rinvio a giudizio. Agostini è finito nel mirino della Procura da circa un anno per la gestione opaca dei fondi europei per la ricerca rivelata due anni fa dal Fatto Quotidiano. Su di lui e su alcuni collaboratori pende l’accusa di aver fatto pressioni per favorire alcuni soggetti beneficiari dei finanziamenti sprovvisti dei requisiti tecnici ed economici. Fatti che saranno oggetto di ulteriori accertamenti.

Intanto però la notizia è una doccia fredda per l’esecutivo di Matteo Renzi. Perché il 6 ottobre scorso, su proposta del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, ha indicato proprio il funzionario come presidente dell’Isin, l’agenzia che dovrà gestire lo sgangherato post-nucleare italiano. E’ poi un duro colpo alla credibilità dei parlamentari di maggioranza che un mese dopo hanno votato parere favorevole, nonostante 24 ore prima ilfattoquotidiano.it avesse rivelato le ombre che incombevano sul candidato. In particolare sulla gestione opaca dei fondi comunitari destinati alla ricerca sotto la sua direzione, tra il 2009 e il 2012, oggetto di un’inchiesta del Fatto già due anni prima.

Essenziale il lavoro degli ispettori del Mef che hanno ricostruito i meccanismi di alterazione delle graduatorie per le assegnazioni

Una gestione che gli ispettori della Ragioneria Generale dello Stato, nella relazione dai noi anticipata il 5 novembre scorso, definivano senza mezzi termini “inadeguata” e con profili di illegittimità “suscettibili di determinare una configurazione di danno erariale e circostanze penalmente rilevanti“. Così le conclusioni delle 154 pagine che analizzano e descrivono i meccanismi che alteravano l’esito delle graduatorie a favore di soggetti e progetti sprovvisti dei requisiti di ammissibilità, in danno di chi li aveva davvero.

COME NASCE L’INCHIESTA DELLA PROCURA – A portare gli ispettori al Miur era stata una prima inchiesta del Fatto Quotidiano. Era il 17 novembre 2012. La notizia prendeva le mosse da un dossier recapitato in forma anonima che descriveva una “stabile organizzazione” nel cuore di Viale Trastevere in grado di pilotare il destino dei finanziamenti pubblici. In quelle carte veniva descritto il “sistema” che avrebbe infettato da tempo uno dei centri di spesa principali del governo: la Direzione Generale della Ricerca, responsabile dell’erogazione di 6,2 miliardi di contributi comunitari a fondo perduto, 3 miliardi di budget statale e un miliardo l’anno di fondi ordinari per gli enti di ricerca. Una montagna di soldi, anche per il sud, in parte già finiti al centro di alcune inchieste per truffa, dal dissesto dell’Idi romana al Gruppo Silva che dirottava al nord i fondi europei per il meridione. Al centro, la figura di Antonio Agostini, con una carriera partita dai servizi di sicurezza e dall’Agenzia spaziale italiana. Una denuncia circostanziata che provocò un terremoto nel Ministero, già provato dal contemporaneo scandalo delle “Pillole del sapere” svelato da Report con fortissima eco nell’opinione pubblica. Solo che lì si trattava di spiccioli, qui di centinaia di milioni. Per questo l’allora ministro Francesco Profumo chiese subito alla Ragioneria dello Stato di distaccare due ispettori per far luce sulla vicenda. L’indagine dura sei mesi e l’esito viene trasmesso anche alla Procura della Repubblica di Roma e alla Corte dei Conti che hanno proseguito gli accertamenti. E ora hanno anche i primi indagati. Nelle prossime ore si chiariranno meglio le ipotesi di reato contestate. Agostini e colleghi avranno venti giorni per presentare una memoria e chiedere di essere ascoltati.

UN CASO POLITICO – Ma le implicazioni della sua nomina all’Isin, sottovalutata da tutti tranne che da Sel e M5S che l’hanno osteggiata, diventano un caso scottante per la maggioranza di governo. Nonostante l’allerta delle inchieste giornalistiche, infatti, ha sedato il dissenso interno di alcuni malpancisti pur di far quadrato attorno al nome uscito dal consiglio dei ministri. Alcuni deputati e senatori Pd hanno perfino sposato l’autodifesa di Agostini, che in un’audizione aveva parlato di “articolo a orologeria”. “Non possiamo basare il nostro giudizio sulle ricostruzioni giornalistiche”, si schermirono allora i parlamentari per congedarsi dall’imbarazzo. L’opposizione, invece, ha battuto fino all’ultimo il chiodo della mancanza dei necessari “requisiti di competenza, professionalità e moralità”, espressamente prescritti dalla direttiva europea che l’Italia ha recepito solo cinque mesi fa. Segnalando anche il rischio che il Presidente della Repubblica si trovasse a controfirmare la nomina di un “impresentabile” inadatto al ruolo.

LA NOMINA DELL’INDAGATO E IL GIOCO DELLE PALLINE Argomenti che a un certo punto sembravano far breccia anche tra alcuni parlamentari del Pd, mettendo a rischio l’indicazione del governo che doveva essere recepita entro l’8 novembre, pena la decadenza del decreto con l’indicazione di nomina. Il 5 novembre dunque si vota. Alla seduta delle commissioni Ambiente e Attività produttive del Senato Agostini passa con 35 voti favorevoli, 8 contrari e 3 astenuti. Ma il numero risicato dei presenti e crescenti malumori nel Pd fanno presagire un voto incerto alla Camera, che infatti si svolgerà tra colpi di scena, sospetti e trucchetti da Prima Repubblica. L’apice al momento del voto: quando qualcuno tra i democratici si oppone al volere del governo, la seduta viene provvidenzialmente interrotta perché due palline per la votazione spariscono, annullando così una probabile bocciatura. Tutto viene rinviato all’indomani e la nottata servirà a rimettere tutti in riga. Il 6 novembre Agostini esce ufficialmente vincitore con un plebiscito: 58 voti favorevoli e 19 contrari. Effetto anche della mobilitazione di deputati senza precedenti per una seduta delle 9 del mattino. Così, ignorando ogni prudenza, Governo e Parlamento hanno consegnato il nucleare italiano nelle mani di un indagato.