La nomina di Antonio Agostini alla direzione dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare è appesa a un giallo. Una storia che gira attorno a due palline, una bianca e una nera, usate per il voto nelle  commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera riunite per esprimere il parere sulla proposta di nomina del governo. Che ha tutta l’aria di un intrigo di palazzo, una manovra da illusionista, un mossa da vecchissima Repubblica, sorta alla fine di un pomeriggio concitato.

Tutto inizia alle 16, quando le commissioni congiunte Ambiente e Industria del Senato si riuniscono per prime per votare il nome di Agostini. Ventiquattro ore prima il Fatto quotidiano aveva pubblicato in esclusiva il contenuto di un duro rapporto degli ispettori della Ragioneria dello Stato relativo alla gestione dei fondi comunitari per la ricerca presso il Miur, tra il 2009 e il 2012, quando il candidato del governo per il nucleare era a capo della Direzione generale. Le parole scritte dai funzionari del Mef, alla fine di un lavoro durato più di sei mesi, erano lapidarie: “Una direzione inadeguata a gestire programmi così complessi (…) con profili di illegittimità suscettibili di determinare una configurazione di danno erariale e circostanze penalmente rilevanti”. Un dossier che da alcuni mesi è all’attenzione della Corte dei Conti e della Procura di Roma. Da quanto risulta al Fatto anche l’ufficio antifrode europeo si starebbe occupando della vicenda.

In commissione al Senato il voto favorevole sul candidato voluto dal governo si è concluso, come da previsione, con numeri bulgari: 35 voti favorevoli, 8 contrari e 3 astenuti. La nomina di Agostini sembrava a quel punto un fatto compiuto. Lo scirocco che spira in questi giorni su Roma, però, stava preparando il temporale su Montecitorio. Alle 17 le commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera aprono i lavori, con una lunga discussione e tanti mal di pancia che arrivano anche da alcuni esponenti del Pd. Si decide, a quel punto, di attendere un documento del Ministero della ricerca che avrebbe potuto chiarire la questione delle indagini sulla gestione dei fondi europei. Le pagine che arrivano alla fine confermano l’esistenza di diverse inchieste, sia da parte della Ragioneria dello Stato che interna allo stesso Miur. Nel documento pervenuto alla Camera si legge che “i risultati della verifica amministrativa-contabile svolta presso la direzione generale per il coordinamento e lo sviluppo della ricerca sono stati inviati agli organi ispettivi e giurisdizionali” il 18 dicembre 2013. Ovvero la conferma di quanto anticipato dal Fatto.

Verso le 19 si arriva al voto, che – nelle commissioni di Montecitorio – avviene mettendo una pallina all’interno di un’urna: bianca per il sì, nera per il no. Prima sorpresa: il candidato del governo si ritrova con un voto sotto la soglia della maggioranza assoluta, 45 voti su 46 necessari. Colpo di scena finale: dall’aula spariscono due palline, una bianca e una nera, impedendo la conclusione del voto. Tutto annullato, decisione rimandata a domani, giovedì 6 novembre, quando alle 9.15 le commissioni torneranno a riunirsi. Un episodio simile era già accaduto nel 2010 al momento del voto sulla nomina del direttore dell’agenzia nucleare: anche in quel caso le palline per il voto sparirono e alla fine il candidato di Stefania Prestigiacomo non passò.

Già martedì mattina le notizie rivelate dal Fatto avevano innescato l’opposizione di Sel e del M5s, che hanno duramente contestato il nome proposto dal governo come direttore dell’ispettorato nucleare. Da qualche giorno era calendarizzata una doppia audizione di Agostini in vista del voto e quella era l’occasione per chiedergli conto delle ombre sulla gestione dei fondi europei. Davanti ai deputati l’ex direttore generale della ricerca del Miur aveva bollato quanto scritto dal Fatto come “giornalismo a orologeria”, assicurando di non essere attualmente indagato. Di più, per ostentare la propria estraneità aveva ventilato la possibilità di citare in giudizio il Fatto per un’ipotesi di diffamazione. Nella sua audizione al Senato, Agostini si sarebbe limitato a presentare una nuova versione del suo curriculum – la terza – composta da diciotto pagine nelle quali si dovrebbero ravvisare quelle specifiche “caratteristiche di alta professionalità e valore scientifico, oltre che indiscussa indipendenza” come richiesta dal D.lgs n 45/2014 di attuazione della Direttiva 2011/70/Euratom, che istituisce un quadro comunitario per la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi.

Un punto, quelle delle competenze, particolarmente delicato, visto che il decreto dovrà poi passare per la firma del Quirinale. Alla fine la palla passerà a Napolitano, che si potrebbe trovare nella situazione di avvallare una nomina in contrasto con quanto stabilisce una legge votata appena cinque mesi fa.

Dopo le due audizioni il presidente stesso della Commissione Ambiente alla Camera, Ermete Realacci, aveva espresso dubbi sulla nomina: “Fosse toccato a me fare un nome, visto il quadro incerto delle competenze e le notizie di stampa sulla gestione al Miur, io avrei personalmente indicato una persona diversa”. Ancora più duro era stato il commento dei senatori del M5s dopo il primo voto favorevole a Palazzo Madama: “La maggioranza in sostanza ha detto sì ad un uomo di apparato senza alcuna competenza in materia di sicurezza nucleare e radio protezione, preferendo una soluzione di comodo”, ha spiegato il senatore Gianni Girotto.

Lo scrutinio segreto previsto per questo tipo di votazioni prevede che per dire sì al candidato si lasci cadere una pallina bianca in un’urna bianca e una nera nell’urna nera. Per dire no si deve fare il contrario. Questo sistema era stato fatale anche al candidato all’Agenzia di sicurezza nucleare, Michele Corradino all’epoca capo di gabinetto dell’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. Quattro anni fa, era il dicembre del 2010, al conteggio finale un’urna conteneva una pallina in più avendo un deputato infilato, per sbaglio o meno, due palline nella stessa urna. Anche allora il voto fu annullato. Ma il giorno successivo, quando si tornò a votare il candidato venne comunque bocciato senza appello: voto regolare, ma i no furono 49 e i sì appena 28 (ha collaborato Ilaria Proietti)