Inadeguato a gestire programmi così complessi (…), con profili di illegittimità suscettibili di determinare una configurazione di danno erariale e circostanze penalmente rilevanti”. Così gli ispettori della Ragioneria Generale dello Stato descrivono il lavoro di direzione espletato al Ministero dell’Istruzione da Antonio Agostini, l’uomo che oggi il governo Renzi ha indicato come candidato più idoneo a presiedere l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, per gestire quel che resta dello sgangherato fardello del nucleare italiano tra centrali da smontare, depositi per scorie da costruire, rifiuti pericolosissimi da movimentare.

Il rapporto, che pubblichiamo in esclusiva, è il frutto di sei mesi di lavoro da parte degli Ispettori del Mef che nel novembre 2011 erano stati chiamati dall’allora ministro Profumo a far luce sulle notizie di un sistema deviato di assegnazione delle risorse comunitarie per la ricerca e lo sviluppo gestito dalla Direzione generale che faceva capo proprio ad Agostini. Una vicenda rivelata due anni fa dal Fatto Quotidiano sulla base della segnalazione di un anonimo su cui sono poi arrivati pesanti riscontri, ora all’attenzione della Procura della Repubblica di Roma, della Corte dei Conti e dell’Antifrode europea. Gli ispettori nelle 153 pagine confermano che quel dossier era un vaso di Pandora e che la gestione di quella partita strategica per l’Italia è stata connotata da “procedure opache”, “scarsi controlli”, “valutazioni inesistenti”, “conflitti d’interesse” che hanno permesso di attribuire centinaia di milioni di euro a chi non ne aveva i titoli: società sprovviste in partenza dei requisiti di ammissibilità, spesso sull’orlo del fallimento, anche grazie a sistemi di controllo affidati agli amici degli amici. Alcune società beneficiarie, conferma il rapporto, “non avevano neppure un’attività, una sede o personale”. Altre erano state bocciate in sede di valutazione finanziaria, molti progetti finanziati non avevano superato il controllo preliminare di valutazione tecnica.

Segnalazioni sull’operato di Agostini all’attenzione della Procura della Repubblica di Roma, della Corte dei Conti e dell’Antifrode europea

“Lavori – si legge nelle carte del Mef – condizionati da continui interventi della direzione generale tesi ad orientarne l’operato e non sempre nella giusta direzione (…) caratterizzata da un’eccessiva confidenza nelle proprie capacità tecniche e di valutazione o a una non adeguata ponderazione delle proprie prerogative e delle connesse responsabilità”.  E infatti venivano ammessi in graduatoria soggetti “sprovvisti di garanzie tecnico-finanziarie” e progetti “privi di validità sostanziale delle proposte”, a scapito naturalmente di altre. Operando così una “grave distorsione nell’uso delle risorse ottenute”. Con quali effetti? Nelle conclusioni, a pagina 123, gli ispettori mettono nero su bianco l’alto prezzo che rischia di pagare l’Italia per tutto questo: grazie ad assegnazioni a beneficiari illegittimi e ad erogazioni conferite come aiuti di Stato mascherati, c’è il rischio concreto che l’Europa chieda  di “rettificare”, cioè pretenda “la restituzione di buona parte delle somme erogate”, cancellando così quel poco di ricerca che ancora rimane nel Paese. Il tutto, chiarisce più volte l’indagine, era gestito dal vertice politico-amministrativo incarnato da Agostini, l’uomo indicato dal governo Renzi per occuparsi del nucleare mentre è sotto la lente di tre autorità pubbliche.

Oggi le audizioni di Agostini alla Camera e al Senato. Il suo nome proposto da Galletti e sostenuto dall’esecutivo

POCHE ORE PER UNA NOMINA NUCLEARE – In queste mani sta per finire l’Isin, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, la nuova autorità italiana che nel solco della direttiva Euratom 2011 dovrà risolvere il rebus dello smantellamento di diverse centrali e di impianti di produzione, senza avere ancora un deposito nazionale per i rifiuti radioattivi e in un tessuto territoriale letteralmente allergico a tutto ciò che contenga la parola nucleare. Chi metterci a capo è questione di ore. Il 6 ottobre, su proposta del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, il Consiglio dei ministri ha indicato il nome di Agostini. La mancanza di requisiti specifici e l’eco degli articoli scritti allora hanno sollevato l’obiezione di alcuni parlamentari delle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera chiamate ad esprimere un parere entro l’8 novembre. Al governo hanno chiesto ulteriori elementi di valutazione e di audire lo stesso Agostini oggi alla Camera e al Senato. A quei dubbi il ministro Boschi ha risposto inoltrando un cv più dettagliato: classe 1964, laurea in giurisprudenza, avvocato, ex ufficiale dei Carabinieri fino al 1992, quando inizia la carriera alla Presidenza del Consiglio dei ministri (dal 1996 con qualifica e funzioni dirigenziali) “con esperienze in affari strategici e responsabilità operative, a livello nazionale e internazionale, nel campo della controproliferazione e controllo all’export di armamenti, beni e materiali strategici”, Agostini fuori ruolo è stato anche segretario generale dell’Agenzia spaziale italiana. L’ex ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, lo chiamò al Miur dove ha ricoperto l’incarico di gd della Direzione per il coordinamento e lo sviluppo della ricerca. Ora è segretario generale del ministero dell’Ambiente, stipendio lordo 214.827,11 euro l’annosenato boschi

CHI E’ DAVVERO AGOSTINI? – Ma quello che conta non sta scritto lì. Agostini il “corvo del Miur” lo raccontava così: “E’ il dominus del sistema. Organizza progetti e affari, coltivando interessi con decrescente scrupolo. Aggiusta gare di appalto e bandi. Nomina amici e soci in affari tra gli esperti valutatori. Colloca ovunque amici e parenti, specie nell’ufficio adibito ai controlli. Svia le attività amministrative degli uffici e indirizza le valutazioni dei comitati”. Un sistema, in altre parole, sembrava aver infettato uno dei principali centri di spesa del governo: la Direzione Generale della Ricerca facente capo ad Antonio Agostini.


Ufficio che poteva contare su un tesoro di 6,2 miliardi di contributi comunitari a fondo perduto, 3 miliardi di budget statale e un miliardo l’anno di fondi ordinari per gli enti di ricerca. Una montagna di soldi, anche per il Sud, in parte già finiti al centro di alcune inchieste per truffa, dal dissesto dell’Idi romana al Gruppo Silva che dirottava al nord i fondi europei per il meridione. Quelle carte senza nome, per la prima volta, spostavano la latitudine delle indagini in corso: dai singoli soggetti esterni beneficiari dei fondi europei alle strutture politico-amministrative preposte all’erogazione e al controllo dentro il ministero. L’indomani della notizia il ministro Profumo chiese alla Ragioneria Generale dello Stato di distaccare due ispettori del Mef per fare luce sulla gestione Agostini al Miur. In sei mesi di indagine riusciranno a passarne al setaccio 17 progetti finanziati su 362, solo il 4,7% del totale. Ma il risultato è comunque sconvolgente: il rapporto conferma in pieno l’esistenza di un sistema deviato e deviante che per anni ha attribuito illegittimamente centinaia di milioni di euro, destinati tra l’altro a fertilizzare due territori particolarmente bisognosi di interventi pubblici, come la ricerca e lo sviluppo in quattro regioni svantaggiate del Sud Italia. Tra i progetti analizzati spiccano casi clamorosi, come quello dell’associazione Comitato Ev K2 Cnr. Sponsorizzato direttamente da Mariastella Gelmini, per gli ispettori del Mef aveva le garanzie bancarie falsificate. Nonostante questo il finanziamento è arrivato a destinazione, senza alcuna denuncia alle autorità competenti.

In consiglio dei ministri nemmeno Stefania Giannini, che ha il dossier tra le mani, si è opposta alla nomina

Anche se è tutto nero su bianco sembra non contare. Quel rapporto, trasmesso fin dall’ottobre 2013 dal ministro Carrozza alla Procura di Roma e poi alla Corte dei Conti è stato ignorato dal governo, deliberatamente o meno. Fatto sta che neppure il ministro Stefania Giannini ha alzato un dito quando è balenata la nomina di Agostini, anche se aveva il dossier tra le mani e ancora in carico i programmi Pon 2007-2013 le cui attività si chiuderanno del tutto nel 2016. Circostanze che aprono ora interrogativi su chi davvero abbia fatto pressioni per quel nome, chi l’abbia protetto finora fino alla promozione all’incarico di segretario generale del Ministero dell’Ambiente. E in ultimo alla proposta per la presidenza dell’Isin.