Quella di Marco Baldini che lascia la trasmissione Fuoriprogramma su RadioUno perché (parole sue) “non sono più in grado di garantire un buon livello di professionalità”, è una storia senza tempo, perché dietro la laconica dichiarazione dello storico compagno di cazzeggio di Fiorello, si nasconde un segreto di pulcinella: i debiti legati al gioco d’azzardo, che da troppo tempo segnano la vita del conduttore toscano: “I miei problemi personali non mi consentono più di essere affidabile. Faccio un passo indietro per rispetto”.

In effetti, non si vede come possa essere affidabile una persona che in una recente intervista (rilasciata ad Alessandro Ferrucci sul Fatto Quotidiano) aveva dichiarato di non avere una fissa dimora, di accettare qualsiasi tipo di lavoro, di non essersi mai davvero liberato della ludopatia pur avendo pagato debiti per quattro milioni di euro. È una storia senza tempo quella del giocatore compulsivo che vede la posta sul piatto crescere sempre più, fino a diventare la sua stessa vita, e arriva a scommettere sulla sua salvezza. Una, due, tre, troppe volte. Questo vortice di autodistruzione inconscio eppure scientifico l’hanno raccontato Dostoevskij, Landolfi, Zweig, Schnitzler; e nel 2005 l’ha raccontato pure Baldini nel libro autobiografico Il giocatore.

La folgorante carriera a Radio Deejay fino all’allontanamento dalla conduzione da Claudio Cecchetto, a causa dei debiti milionari a forza di scommesse ippiche e partite a carte. I prestiti dai cravattari, gli amici che spariscono uno a uno, anche per non perdere altri soldi, gli avvertimenti e le minacce di morte. Ma anche la risalita, l’amore e l’amicizia che curano, la promessa solenne di avere chiuso per sempre. Fino alla prossima ricaduta. E che stavolta la caduta sia pesante lo prova l’annuncio di voler sparire. Nessun demone è tanto solitario quanto quello del gioco, la prima ossessione del giocatore compulsivo è poter giocare lontano da tutto e da tutti. E dire che Baldini sarebbe un uomo fortunato, se solo non giocasse. La sorte gli ha regalato una moglie che lui ama ancora, e che però ha deciso di lasciare “per non rovinarle la vita”. Ha incontrato anche un amico come Fiorello che gli è rimasto sempre accanto e più di una volta gli ha permesso di rialzarsi; ora ha deciso di lasciare anche lui.

Quella di Marco Baldini è una storia senza tempo, ma anche molto attuale e molto italiana, che ci dice parecchio sul Paese più ipocrita al mondo nella sciagurata regolamentazione dell’azzardo. Proibizionismo assoluto fino a non molti anni fa, dunque tutto saldamente in mano alla malavita. Dalla sala corse alla scommessa clandestina è un attimo; da qui alla bisca, un altro attimo. A volte il bookmaker e lo strozzino sono la stessa persona. Oppure, come nel caso di Baldini, l’“amico” che ti ha prestato 30 mila euro e li rivuole è Giuseppe De Tomasi detto Sergione, ex uomo della banda della Magliana.

Poi lo Stato ha cominciato a liberalizzare, e la situazione è ancora peggiorata. Sale scommesse, slot machine e casino online come se piovesse, ma anche la tabaccheria sotto casa. Giochi non proibiti, il libro inchiesta di Antonella Beccaria ed Emiliano Liuzzi, è una disamina impressionante non solo di quanto il giro d’affari legato al gioco sia aumentato in modo esponenziale, ma soprattutto di come queste liberalizzazioni siano andate di pari passo con le strategie delle lobby e le infiltrazioni della criminalità (che peraltro era già in pole position).

Morale: in nessun paese come in Italia ci si straccia le vesti sulle patologie, ma i realtà si fa tutto il possibile per aumentarle. Restano vietati i Casinò veri, unici luoghi in cui ovunque il gioco è legalmente consentito, ma anche controllato. In compenso, tutto il resto è permesso; anzi, incoraggiato. Il risultato è che se quattro vecchietti si giocano il bianchino al bar c’è il rischio che arrivino i carabinieri; però ci si può giocare le mutande sullo smartphone, oppure nelle sale slot aperte ogni cinquanta metri (record mondiale), ma controllate dalle stesse, pochissime mani sospette.

Lo Stato ha fatto di tutto perché il giocatore a rischio, già portato di suo a isolarsi, diventi invisibile oltre che inguardabile, e quindi per spingerlo alla rovina. L’aiuto più grande che Fiorello ha dato a Baldini non è stato quello economico, e nemmeno le opportunità di lavoro: è stata la possibilità di rendere pubblico il suo vizio, di gridarlo al mondo, la vera arma letale contro la ludopatia. Ma quando Baldini dichiara di essere finito nel giro dell’azzardo “perché volevo tutto e subito”, bluffa. Come ci ha raccontato Robert Altman in California poker, nel profondo del cuore, i giocatori vogliono una cosa sola, continuare a giocare; e hanno una sola paura, vincere così tanto da non poterlo fare più. Paura pressoché immaginaria ovunque; ma mai quanto in Italia.

da “il Fatto Quotidiano” del 13 novembre 2014