Tra 2011 e 2014 il contribuente italiano ha pagato oltre 10 miliardi di tasse introdotte con effetto retroattivo. Cioè introdotte, per esempio, a metà anno, ma applicabili fin da gennaio. A fare i conti è Il Sole 24 Ore, che sottolinea come questo modo di procedere sia esplicitamente vietato dallo Statuto del contribuente, una legge introdotta nel 2000 proprio con l’obiettivo, almeno in teoria, di tutelare da abusi chi paga le tasse. Peccato che tutti i governi che si sono avvicendati da allora, per far quadrare i conti o trovare coperture per i propri interventi, abbiano chiuso entrambi gli occhi e agito in deroga a quel divieto. E’ successo ben 86 volte in 14 anni, le ultime 23 delle quali nel 2014. Con il risultato che nelle casse dello Stato sono entrati, in quattro anni, 6 miliardi di maggiori imposte e 4,3 miliardi di maggiori anticipi e acconti. Compensati solo in minima parte (circa 800 milioni) dalle poche norme retroattive andate a vantaggio e non a danno del contribuente.

Gli ultimi esempi lampanti di “tasse in deroga” sono contenuti nel disegno di legge di Stabilità varato dal governo di Matteo Renzi. Che, come è noto, aumenta in modo retroattivo dall’11 al 20% la tassazione sui rendimenti dei fondi pensione (gettito previsto 450 milioni di euro), moltiplica dal 5 al 77,74% dei dividendi la quota imponibile delle fondazioni e dei trust e ripristina, sempre da gennaio, le aliquote Irap che il decreto Irpef dello scorso aprile aveva ridotto del 10 per cento.

Ma il record negativo, calcola il quotidiano di Confindustria, va al decreto Salva Italia del governo Monti, varato alla fine del 2011. Quello che ha riformato le pensioni, creando il problema degli esodati, e introdotto l’anticipo dell’Imu e la rivalutazione delle rendite catastali. Ma anche l’incremento dell’addizionale regionale Irpef: 2,2 miliardi in più per l’anno dell’entrata in vigore del decreto, il 2011, appunto.

Oltre alle nuove imposte con effetto retroattivo, poi, ad aggravare il quadro ci sono gli acconti maggiorati. In questo caso si tratta “solo” di anticipare più soldi del previsto, con il risultato che il saldo finale sarà inferiore. Ma questo non elimina i problemi di liquidità. E la progressione, per alcune categorie di imprese, è stata notevole. Per esempio alla fine del 2013 banche e assicurazioni hanno visto salire gli acconti sull’Ires al 130% e le altre aziende al 102,5 per cento. Il tutto per finanziare la cancellazione della prima rata dell’Imu, decisa dal governo di Enrico Letta. Risultato: l’anno scorso lo Stato ha incassato quasi 3,7 miliardi di competenza di anni di imposta successivi. E quest’anno? Per dirne una, verranno riscossi tutti insieme i 600 milioni di imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei beni d’impresa che in base alle norme precedenti avrebbero dovuto essere spalmati su tre esercizi.

Quanto alle rare norme che avvantaggiano il contribuente, Il Sole nota che alcune rischiano comunque di trasformarsi in un boomerang: vedi, per esempio, l’innalzamento a 10mila euro della soglia oltre la quale vanno comunicati i sulle operazioni commerciali con aziende basate nei Paesi black list. E’ previsto dal decreto semplificazioni dello scorso giugno, che però è ancora in vigore. Supponendo che l’iter acceleri nelle prossime settimane, le società vedranno cambiare le regole, pur con effetto dallo scorso gennaio, solo ad anno fiscale finito. E a quel punto dovranno rivedere tutta la documentazione emessa finora.