C’era una volta una banca. Si chiamava Monte dei Paschi di Siena e dopo una storia pluri-secolare era finita sfortunatamente in mano ad una combriccola di politicanti locali il cui nome era Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Un bel dì, l’8 novembre del 2007, la Fondazione in comunione d’intenti con il presidente della banca Giuseppe Mussari, il direttore generale Antonio Vigni e l’assenso della Banca d’Italia, prese la ferale decisione: comprare a 9 miliardi di euro Banca AntonVeneta e regalare al fortunato Banco Santander ben 2,4 miliardi di profitto in meno di un mese (avendo gli spagnoli, a propria volta e da pochissimo, acquistato l’istituto veneto a 6,6 miliardi).

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Quello che ne è venuto fuori in seguito è notissima cronaca: Mps venne salvata per un soffio dal crack con un mega prestito statale da 4 miliardi, il board della Fondazione venne azzerato, quello della banca finì sotto processo, il Pd e la Banca d’Italia se la cavarono con un’alzata di spalle. Piccolo particolare: il salvataggio avvenne con un prestito e non con un aumento di capitale. Perché? Probabilmente perché un intervento dello Stato nel capitale di Mps con un’operazione di take-over avrebbe determinato la scomparsa dall’azionariato della Fondazione, che – già svenatasi per comprare AntonVeneta – non aveva, in quel momento, le risorse per fare la propria parte. Con un prestito, invece, la Fondazione avrebbe avuto tutto il tempo necessario a sistemare le pendenze con i propri finanziatori, vendere la gran parte delle azioni sul mercato e reperire i fondi per sostenere almeno in parte l’aumento di capitale successivamente lanciato.

Nella fretta di mantenere gli impegni col Tesoro e salvare contemporaneamente la malandata Fondazione, tuttavia, il nuovo management nominato al vertice di Banca Mps ha combinato un pasticcio dietro l’altro. Vediamoli tutti nel dettaglio. A fine 2013 il presidente Alessandro Profumo comincia a batter cassa agli azionisti chiedendo 3 miliardi per far fronte alla restituzione dei titoli sottoscritti dallo Stato, i Monti Bond e rilanciare l’azienda. Gli azionisti rispondono “Ni”, dando l’ok all’operazione, ma contemporaneamente rinviandola all’estate del 2014, sempre per consentire alla Fondazione di sistemare i propri problemi con maggior comodità. La manovra ha successo, e nei mesi successivi la Fondazione riesce a collocare la gran parte del pacchetto ancora detenuto a prezzi più che buoni.

Ad aprile arriva un’amara sorpresa: cominciano a girare voci sulla necessità di portare l’aumento di capitale da 3 a 5 miliardi. Insomma, finché la maggior parte delle azioni erano in mano alla Fondazione e finché si dovevano vendere, l’aumento di capitale ballava intorno ai 3 miliardi, a vendita felicemente conclusa, ne saltano fuori altri 2, quasi raddoppiando i fondi necessari a tirare avanti. La cosa fa irritare il mercato, fa perdere alle azioni circa il 10% del valore in poche sedute tanto da convincere Blackstone, uno degli investitori istituzionali col miglior pedigree, a mollare di corsa metà dei titoli acquistati proprio dalla Fondazione.

Qui cominciano le domande: in quale momento, esattamente, il cda di Mps ha saputo qualcosa della necessità di portare a 5 miliardi l’aumento di capitale? E’ possibile che la Fondazione ne fosse al corrente prima del mercato? E’ possibile che tale ipotetica consapevolezza potesse influenzare la decisione della Fondazione sulla quantità di azioni Mps da mettere in vendita? Certamente no. Se così fosse, ci troveremmo davanti a comportamenti penalmente rilevanti.

Ma veniamo all’aumento di capitale vero e proprio: l’operazione è affidata ad un consorzio di banche internazionali capeggiato da Ubs e in particolare da Sergio Ermotti (ex-braccio destro di Alessandro Profumo in Unicredit) e Andrea Orcel (autore della maggior parte delle acquisizioni fatte da Unicredit quando c’era Profumo). Il consorzio si obbliga a garantire il collocamento integrale dell’aumento, ma lo fa a un prezzo carissimo: ogni azionista, anche il più piccolo, dovrà sottoscrivere la bellezza di 214 azioni ogni 5 detenute, pena una diluizione della propria fettina di capitale pari ad uno sconcertante 97,7%, mentre i nuovi titoli verranno collocati all’irrisoria cifra di 1,5 ruro (incluso il diritto d’opzione). L’operazione è talmente penalizzante che, non appena resa nota, innesca un’altra valanga di vendite sul titolo: è evidente che chi è riuscito a liberarsi delle azioni prima dell’annuncio sulle regole dell’aumento, ha fatto un ottimo affare, come (sembra) faranno un ottimo affare i nuovi azionisti.

Una chicca: a prezzi di saldo come questi ci si aspetterebbe che le banche aderenti al consorzio di garanzia si facciano pagare in cinta senese, come pure è ragionevole immaginare che una banca tenuta in vita dallo Stato rifiuti parcelle esagerate. Invece no. Il consorzio stacca una fattura da 260 milioni di euro, incassando l’astronomica cifra senza correre alcun rischio, visto che il giorno del collocamento viene venduto ben il 99,85% delle nuove azioni (e a quei prezzi, non poteva essere che così…). Quasi contestualmente all’incasso, Mps ripaga la gran parte dei Monti Bond, tornando ad essere una banca sana, almeno stando alle compiaciute dichiarazioni di Fabrizio Viola e Alessandro Profumo.

Peccato che Mps continui ad essere quello che è sempre stata negli ultimi due anni: una barca in avaria dalla quale i furbi scendono alla prima zattera utile, mentre il grosso dell’equipaggio affonda. E così, un minuto dopo il bonifico da 3,5 miliardi intascato dal Tesoro, l’azione comincia a perdere, lasciando sul terreno tra luglio e agosto ben il 33% del valore. Insomma chi vuol guadagnare con il Monte dei Paschi ha un solo sistema: vendere, vendere, vendere. E, a ben vedere, lo stesso cda di Mps qualche dubbio sull’adeguatezza dell’operazione doveva averlo, giacché aveva inserito nel prospetto informativo il classico trafiletto killer: “Qualora si dovessero rendere necessarie ulteriori rettifiche dei crediti, anche significative, potrebbero rendersi necessari nuovi interventi di patrimonializzazione dell’emittente”. Come dire: per noi bastano 5 miliardi (e prima ancora ne bastavano solo 3) ma semmai dovessimo sbagliarci state pronti a sborsarne ancora.

Quindi accade l’impensabile: ben un mese prima della pubblicazione dei risultati degli stress test della Bce, il Presidente della Fondazione Marcello Clarich rilascia una dichiarazione sconcertante: “Speriamo non ci sia all’orizzonte un nuovo aumento di capitale, la banca ne ha appena fatto uno”, dice, lanciando una sassata al mercato senza che il cda della Banca sentisse la necessità di rilasciare un’informativa ufficiale. Da allora, inesorabilmente, Mps inizia a perdere valore sino ad arrivare, con la pubblicazione preconizzati risultati ufficiali dei test Bce, a 60 centesimi: ovvero il 40% meno di settembre e il 60% meno del valore di collocamento.

Morale della favola: nonostante le rassicurazioni del cda, nonostante le corpose parcelle pagate alle banche, nonostante l’esame attento della Banca d’Italia (i cui funzionari praticamente da due anni vivono a Rocca Salimbeni), il fabbisogno di capitale di Mps è passato, in meno di sei mesi da 3 a 5 a 7,1 miliardi di euro. Se pensate che prima dell’operazione la banca valeva in borsa 2 miliardi, la variazione ammonta, occhio e croce, al 350 per cento. La domande di cui sopra ritornano e con maggior insistenza con un’aggiunta: perché la Banca d’Italia – che quando autorizza le operazioni sul capitale lo fa proprio in base a una valutazione sul fabbisogno patrimoniale – ha acconsentito al rimborso dei Monti Bond e non ha imposto, sin dall’inizio, un aumento di capitale di maggiori dimensioni? A che titolo il consorzio di garanzia guidato da Ubs ha incassato 260 milioni, avendo sbagliato clamorosamente i calcoli sul fabbisogno? Qualche testa rotolerà a seguito di questo ridicolo pasticcio?

Anche stavolta si tratta certamente solo di un caso. Anche stavolta nessuno sapeva e nessuno ha approfittato. Ma, anche stavolta, chi ha venduto in tempo ha fatto ottimi affari. Ne ha fatti, in particolare, Davide Serra, amico e finanziatore del premier Matteo Renzi, il quale, proprio nei giorni in cui il cda magnificava il successo dell’aumento di capitale, vendeva allo scoperto azioni Mps per una somma di dimensioni notevoli: lo 0,94% del capitale, equivalente a poco meno della metà dell’intera quota della Fondazione ad aumento avvenuto. Proprio quel Davide Serra che abolirebbe il diritto di sciopero, che ritiene il Jobs Act “poco aggressivo”, che vorrebbe che le banche fossero in grado di recuperare le case ipotecate dai debitori insolventi in “tre anziché 7 anni” e che, soprattutto, sarebbe in gara per rilevare proprio da Rocca Salimbeni 1,2 miliardi di euro di prestiti in sofferenza.
C’era una volta una banca. Ora non c’è più niente.