Una mamma arriva con i biscotti nella borsa; un’altra con le fette biscottate, più leggere ma comunque energetiche; la terza è organizzata con un panino prosciutto e formaggio “a Daniele piace tanto”. Sono tutte lì, fuori dal cancello della scuola dell’infanzia di via Guattari, zona est della Capitale, pronte ogni giorno per rispondere, subito, alla richiesta di cibo dei loro figli: hanno fame. Ma non perché sono piccoli, scatenati, in fase di sviluppo, magari stanchi o altro; hanno fame perché a scuola “mangiano poco, a volte pochissimo, e sempre le stesse cose” spiega una delle mamme. Così ecco le immagini dei pasti giornalieri offerti ai piccoli, scatti reali, realizzati per denunciare cosa avviene dentro, per denunciare l’amara quotidianità composta da pasta al pomodoro quando va bene, al burro quando non c’è altro, uova, uova e ancora uova, anche tre volte la settimana, poco costose e comunque nutrienti; quindi una manciata di carote oppure delle patate. È festa quando arriva la carne in forma di polpetta, polpetta singola, stupore generale al momento del pesce. Basta. Nient’altro.

Chiedere il bis è un’eresia, reclamare un “rinforzino” (come chiedeva Ugo Tognazzi, alias conte Mascetti in Amici miei) un’inutile pretesa, e “la regola impone di non poter mandare nulla in classe, nulla – racconta Emma, altro genitore preoccupato –. Il motivo è semplice: se uno dei piccoli si sente male, l’istituto è responsabile”. Quindi la soluzione: la merenda al cancello. “Però durante l’anno scolastico passato, è andata anche peggio –interviene un padre –. Per ovviare a uno sciopero del comparto, sono arrivati panini con dentro la muffa e succhi di frutta scaduti”. Risultato: mal di pancia, febbre e tutti gli altri sintomi da intossicazione “e il motivo della serrata era proprio legato al taglio dei finanziamenti per le mense”, continua il genitore. La parola d’ordine è: risparmio. Massimo risparmio. Nel nuovo contratto siglato dal Comune di Roma, si è passati dai 5,46 euro a pasto come base d’asta, ai 4,50 euro, per vincere la gara d’appalto.

Quattro virgola cinquanta, moltiplicato 144 mila per altrettanti bambini, dall’asilo alle elementari fino ai giovincelli delle medie, business con tanti zeri sul contratto. Citofono all’istituto: buonasera, sono del Fatto Quotidiano, posso rivolgervi qualche domanda? “Chi è?” Un giornalista del Fatto . Silenzio prolungato, palese imbarazzo dall’altra parte. “Non possiamo far entrare nessuno, aspetti la campanella”. Bene, attendo. Alle 15.45 si apre il cancello, i genitori percorrono il vialetto i bambini iniziano a uscire e una delle responsabili ci accoglie. “Allora, cosa vuole?” Alcuni genitori denunciano lo scarso cibo servito ai bambini. “Scarso che?”. Cibo. “Si sbaglia, qui mangiano tutti, tanto e bene, le cose avanzano, diamo anche la merenda”. È sicura?” “Ceeeerto, qui va tutto bene”. Stupore tra alcuni dei genitori presenti al dialogo, che poco lontano ci fermano: “Va bene un corno, sappiamo per certo di quantitativi di cibo vergognosi, ma qui dentro hanno paura a dirlo, la gente teme di perdere il proprio lavoro, e noi non sappiamo come muoverci. Qui compriamo di tutto”. Vuol dire carta igienica, materiale didattico, quindi pennarelli, carta da disegno, “pannelli per coprire i termosifoni – spiega una mamma – altrimenti i piccoli rischiavano di sbattere la testa. Non vengono rispettate neanche le minime regole di sicurezza, questo è quello che offre il pubblico”, manca solo “che ci chiedano di dipingere o ristrutturare l’edificio, poi il quadro è completo. E pensare che pochi anni fa, arrivava anche il cibo biologico, con una dieta ad hoc studiata per l’età dello sviluppo”, conclude un altro padre. Altri tempi, quando non vinceva il massimo risparmio, almeno sulla testa e lo stomaco dei più piccoli.

Da il Fatto quotidiano del 30 ottobre 2014