Non un’assoluzione, ma una prescrizione. E’ così che si conclude il processo a Claudio Scajola per la casa con vista sul Colosseo, quella pagata “a sua insaputa” dall’imprenditore Diego Anemone. I giudici della corte d’appello hanno pronunciato la parola “prescrizione” e non “assoluzione” e non è solo un tecnicismo. Il codice di procedura penale chiarisce come il giudice assolve solo se l’innocenza dell’imputato è “evidente“. Non sono di questo avviso, in attesa delle motivazioni, gli avvocati di Scajola, Giorgio Perroni e Elisabetta Busuito: “C’è stata sostanzialmente una conferma del giudizio di primo grado, i giudici hanno rigettato la richiesta di condanna, non possiamo che essere soddisfatti”. Il procuratore generale Otello Lupacchini aveva chiesto la condanna a 3 anni di reclusione.

Scajola, che in primo grado era stato assolto, ha commentato definendo questo processo come quello che “ha causato tutto il casino nella mia vita”. In effetti – anche se si dovranno aspettare le motivazioni dei giudici d’appello per capire di più nel merito – un dato è certo: quando uscì la notizia dell’inchiesta Scajola si dimise da ministro per lo Sviluppo, mentre la stessa vicenda della casa di Roma fu alla base – almeno ufficialmente – dell’esclusione dell’ex parlamentare dalle liste di Forza Italia per le Europee.

Scajola era accusato di finanziamento illecito. Nel processo era coinvolto, con le stesse accuse, anche l’imprenditore Diego Anemone, la cui posizione è stata stralciata per un difetto di notifica ad uno dei suoi difensori. Secondo l’accusa l’imprenditore Anemone avrebbe pagato, attraverso l’architetto Angelo Zampolini, circa 1,1 milioni di euro su 1,7 milioni versati nel luglio del 2004 dall’allora esponente del Pdl per acquistare l’immobile e avrebbe poi dato 100mila euro per i lavori di ristrutturazione dell’appartamento.

Secondo il giudice di primo grado Scajola era “inconsapevole” del fatto che Anemone “avesse concordato con le sorelle Papa, proprietarie dell’abitazione, le modalità dell’ulteriore pagamento”. Per contro la Procura aveva fatto ricorso criticando in modo deciso quella sentenza. In un provvedimento di sette pagine il procuratore aggiunto Francesco Caporale e i sostituti Ilaria Calò e Roberto Felici avevano contestato in modo analitico le motivazioni di quell’assoluzione. Per i pm la lettura che di ciò ne dà il giudice di primo grado “appare superficiale ed acritica” essendo “modellata sulla configurazione, nemmeno paragonabile ad ‘uomo medio’ ma piuttosto ad uno provveduto in balia degli eventi”. Per i pm, invece, Scajola era “indiscutibilmente un uomo politico di grande esperienza che ricopriva al momento del fatto un incarico di vertice ai massimi livelli istituzionali”. Un ruolo che “sarebbe stato incompatibile con l’eccezionale ingenuità e straordinaria mancanza di accortezza, consapevolezza, presenza a se stessi, e senso della realtà delineate dal giudice nel tratteggiare la figura del parlamentare Scajola quale beneficiario inconsapevole di una somma della portata di un milione e centomila euro”.

Attualmente l’ex ministro dell’Interno e dello Sviluppo è agli arresti domiciliari per un’altra inchiesta, quello che lo vede indagato per il favoreggiamento a vantaggio di Amedeo Matacena, l’ex deputato di Forza Italia latitante da oltre un anno dopo una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.