C’erano una volta Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Altero Matteoli, Elio Vito: i colonnelli del Pdl. Erano un commando di polemisti scelti, zelanti e dalla contumelia facile, pronti a scagliarsi contro l’avversario di turno ad un solo cenno di Silvio Berlusconi. Anche Matteo Renzi ha i suoi pretoriani: “Camusso è stata eletta con tessere false”, ha sparato l’europarlamentare Pd Pina Picierno nell’acme della polemica tra i partito e la Cgil. Ma tra l’ex Cav e l’ex sindaco è la differenza di stile che salta all’occhio: se nell’era del suo dominio sulla politica italiana l’ex premier era il primo a sferrare raffiche di veleno contro l’avversario di turno (nel 99% dei casi i giudici “comunisti” e la sinistra all’opposizione, nel restante 1% contro Gianfranco Fini), oggi Renzi adotta la strategia opposta: tiene per sé la polemica politically correct fatta di dichiarazioni ortodosse e manda le retrovie (o meglio, il cerchio magico) a colpire duro sui fianchi con argomentazioni più o meno offensive l’avversario. Che nell’epoca delle grandi coalizioni e non è quasi mai il centrodestra, ma chi si trova alla sinistra del Pd.

Serracchiani, Serra, Picierno, Boschi e non solo. Picchiano duro contro “i comunisti e i conservatori”

La lite Picierno-Camusso è solo l’ultima puntata. I ferri sono corti da tempo, ma la tensione tra Pd e Cgil è deflagrata nel fine settimana. “Il mondo è cambiato, il posto fisso non c’è più”, scandiva il premier il 26 ottobre dal palco della Leopolda ribadendo la necessità di superare l’articolo 18, concetto estraneo ai valori della sinistra tradizionale, in un linguaggio rispettoso delle regole dello scontro politico. Giusto il giorno prima, però, uno dei suoi colonnelli aveva aperto il fuoco: mentre la Camusso portava in piazza a Roma lavoratori, studenti, pensionati e parte del Pd contro il governo, Davide Serra attaccava il diritto di sciopero proponendone la limitazione:  “Dovrebbe essere molto regolato, prima che tutti lo facciano random”. Il finanziere amico del premier affondava poi sulla piazza: “Se vogliono aumentare i disoccupati, facciano lo sciopero generale”. Veloce come un destro-sinistro di stampo pugilistico, è arrivata quindi la bordata della Picierno: “Sono rimasta molto turbata dalle parole di Camusso che dice che Renzi è al governo per i poteri forti. Potrei ricordare che la Camusso è eletta con tessere false o che la piazza è stata riempita con pullman pagati, ma non lo farò”, ha sibilato l’europarlamentare davanti alle telecamere di Agorà, su Rai Tre. Come una Santanchè qualsiasi.

Le pensa il premier, ma le dicono i suoi fedelissimi? A pensar male si fa peccato ma spesso si indovina, diceva qualcuno. Anche il tono e le argomentazioni sono comuni, sempre a cavallo tra la battuta di spirito, la provocazione e la dichiarazione di stampo populistico. La categoria “Vecchi contro giovani” propria dell’oratoria renziana è una delle più utilizzate. L’ha risfoderata lunedì Maria Elena Boschi per rispondere alle critiche mosse alla manifestazione della Leopolda da Rosy Bindi (“Non c’è nulla di più imbarazzante della contro-manifestazione della Leopolda”, aveva detto l’ex presidente del Pd contrapponendo la kermesse renziana alla piazza della Cgil): “L’onorevole Bindi ha un seggio in Parlamento dal 1989 – ha proseguito – e non è giusto che provi tanto astio verso ragazzi di 25 anni che vengono alla Leopolda senza che nessuno gli paghi il treno o il pranzo”, diceva con il consueto sorriso il ministro per le Riforme durante Quinta Colonna su Rete 4, suggerendo maliziosamente che i vecchi vertici della sinistra (Cgil compresa) sia solita pagare per riempire le piazze e affollare i cortei.

“E’ un gioco al rialzo a chi risulta politicamente più scorretto – commenta Pippo Civati a IlFattoQuotidiano.it – anche Renzi alla Leopolda ha tirato fuori battute al limite della volgarità. Apostrofare la manifestazione della Cgil dicendo che ‘i lavoratori protestano in piazza mentre alla Leopolda si produce lavoro’ è offensivo per chi lavora davvero”. E le dinamiche riproposte sono sempre le stesse: “Quelli sui panini e i pullman pagati sono commenti che sento fare dalla destra da quando da ragazzo andavo alle prime manifestazioni di piazza. Il primo a farli era Berlusconi, che dal ’94 in poi ha sempre mosso all’opposizone le stesse critiche che oggi Renzi muove a chi non la pensa come lui: ‘le resistenze arrivano dalla sinistra che non vuole cambiare le cose’ o ‘non ci faremo fermare da questi conservatori’”. Come spiega l’esponente della minoranza Pd la recrudescenza dei toni di questi giorni? “Accade che Renzi dice: ‘Picchiate duro, che io non vi dico nulla’, così tutti le sparano grosse per farsi apprezzare dal capo”.

Civati: “Renzi dice: ‘Picchiate duro, che io non vi dico nulla’, così tutti le sparano grosse per farsi apprezzare dal capo”

I renziani hanno una faretra capiente e intingono spesso la punta delle frecce nella sempreverde polemica contro l’attaccamento alla poltrona. E i bersagli sono facili: i campioni della vecchia nomenclatura percepiti dal popolo della sinistra come il principale ostacolo al rinnovamento della sinistra stessa e membri di una classe dirigente causa dei problemi del Paese. L’ultima a scoccare strali contro il “vecchio” è stata un’altra renziana di ferro, Debora Serracchiani. “Renzi si sforza, ma i risultati sono insoddisfacenti”, aveva sentenziato con il consueto tono cattedratico Massimo D’Alema commentando alla Festa dell’Unità di Bologna l’operato del governo. Era il 2 settembre, il premier restava in silenzio e la risposta al veleno arrivava due giorni per bocca del vicesegretario Pd: “Quando uno ha fatto politica al livello in cui l’ha fatta D’Alema forse si aspetta che il momento della pensione non arrivi mai – insinuava Serracchiani in un’intervista al Corriere della Sera il 4 settembre – “i tempi delle sue accuse” lascerebbero pensare che D’Alema si sia risentito per la mancata candidatura ad Alto Rappresentante, “ma io voglio credere che no, che non sia così”. L’attacco di D’Alema aveva lasciato il segno e il 5 settembre il governatore del Friuli rincarava la dose, invitando i membri della vecchia guardia a mettersi a disposizione del partito “senza che per questo debbano avere una poltrona su cui sedersi.

Quasi un complimento, al confronto con l’attacco frontale sferrato dalla Picierno. “Questo scontro tra governo e sindacati – spiega Alessandro Amadori, direttore di Coesis Research, a IlFattoQuotidiano.it – rientra nel processo di smantellamento dei corpi intermedi su cui Matteo Renzi basa la propria azione politica. La forma scelta nel caso della Picierno è greve e rientra nella consuetudine tutta italiana di gettare fango sull’avversario. Una battaglia nuova, quindi, condotta in questo caso con una strategia vecchia, con modalità da Prima Repubblica“. All’orizzonte l’obiettivo è chiaro: “Non ci vedo un ordine di scuderia – continua l’analista politico – ma lo scopo è chiaro: Renzi sa che ora ha l’opportunità per andare al voto, con Grillo che si è indebolito e il centrodestra incapace di articolare un’offerta politica convincente: il premier ha capito che si trova davanti ad una window opportunity e che se si andasse alle urne oggi il Pd potrebbe prendere più del 41%, potrebbe puntare anche al 45%. L’entourage di Renzi avverte che questa possibilità è nell’aria e si muove: prendere a bersaglio la Cgil è il pretesto per far saltare il banco e andare a votare“.