L’ultimo cadavere delle vittime della tragedia della Sewol è riemerso dall’acqua a tre mesi dall’ultimo ritrovamento. Il corpo di uno dei passeggeri del traghetto sudcoreano colato a picco lo scorso 16 aprile è stato ritrovato dentro un bagno del relitto. Il bilancio ufficiale dei morti sale così a 295, all’appello mancano ancora nove dispersi, e al computo delle vittime vanno ad aggiungersi anche i sommozzatori morti nelle operazioni di recupero e soccorso.

La tragedia del naufragio del traghetto nel tragitto dalla città di Incheon all’isola di Jeju si è poi dimostrata lo specchio delle divisioni nella società sudcoreana. I familiari delle vittime continuano a chiedere che il relitto non sia rimosso, per evitare che i corpi ancora da recuperare si perdano nel mare. A loro volta le famiglie e i superstiti sono diventati bersaglio delle frange più a destra dello spettro politico sudcoreano. Le critiche al governo per la gestione della vicenda, la richiesta di una commissione d’inchiesta per far luce sulle responsabilità, i sit-in nel centro di Seul sono considerati gesti anti-patriottici. I sentimenti di questa parte della popolazione sono riassunti nel commento di un ex militare al Time Magazine: “Quando è troppo è troppo, all’inizio c’è stata empatia ma ora è passata”. Come sottolinea la rivista statunitense, l’estrazione sociale delle vittime e dei loro familiari, in gran parte lavoratori e figli di lavoratori che arrivano dalle periferie, porta i conservatori più radicali e le destre ad associarli con la sinistra. In un Paese comunque segnato dallo stato di guerra permanente con la Corea del Nord, le critiche al governo e le proteste sono considerate da questi gruppi un modo di sfruttare la tragedia come mezzo per prendere il potere. Dentro il Parlamento le principali forze politiche sono vicine a passare tre leggi legate al disastro, mettendo da parte le differenze. Tra queste anche una norma contenente le linee guida per selezionare i componenti della commissione indipendente che avrà il compito di indagare su quanto accaduto. La stessa agenzia di stampa Yonhap, però, sottolinea come in sei mesi la vicenda Sewol sia diventata terreno di scontro, in particolare per le critiche rivolte all’esecutivo per il modo in cui è stato affrontato il disastro.

La tragedia ha fatto infatti emergere crepe nell’intero sistema. Si va dalle carenze nei soccorsi, che hanno spinto il governo della presidentessa Park Geun-hye ad annunciare lo smantellamento e una riforma radicale della Guardia Costiera, fino alle accuse contro l’armatore e la società operatrice, la Chonghaejin Marine, che avrebbe alterato l’imbarcazione per trasportare più merci e passeggeri di quanto consentito. Quanto il caso sia delicato lo dimostra anche la richiesta di incriminazione per quattro parenti delle vittime. L’accusa è di aver assalito un tassista dopo un incontro con un politico dell’opposizione. Un episodio che indica come i nervi siano a fior di pelle. È in questo clima che il pubblico ministero ha chiesto la condanna a morte per il capitano Lee Joon-seok. Il 68enne capitano della Sewol è accusato di omicidio. Con lui sono a processo con la stessa accusa anche il primo ufficiale, il secondo ufficiale e il capo ingegnere, per i quali è stato chiesto l’ergastolo. Altri undici componenti l’equipaggio sono invece alla sbarra per reati minori: per loro le richieste di condanna vanno dai 15 ai 30 anni di reclusione. Sul capitano Lee e sull’equipaggio pesa l’onta e l’accusa di essere stati tra i primi ad abbandonare la nave, mentre ai passeggeri era stato chiesto di rimanere dentro le proprie cabine. L’immagine simbolo è quella del capitano tratto in salvo in cerata e mutande. Dal punto di vista italiano la memoria non può non correre a quanto accaduto alla nave Concordia e alla tragedia sull’isola del Giglio.

Gli imputati “hanno pensato alle proprie vite prima di mettere in salvo i passeggeri, sottraendosi così ai propri doveri”, hanno dichiarato i procuratori, “se i passeggeri si fossero recati sul ponte si sarebbero potuti salvare”. Tra le famiglie delle vittime, riportano i giornalisti presenti in tribunale a Gwangju, serpeggia il malumore. In molti ritengono che una sola condanna a morte sia troppo poco e chiedono il massimo della pena anche per altri imputati. Dichiarazioni che fanno vacillare la moratoria sulla pena capitale in vigore dal 1998. Un nuovo macigno, dopo la pronuncia con cui nel 2010 la Corte costituzionale dichiarava la pena di morte non lesiva della dignità umana.

di Andrea Pira