Venticinque istituti europei “bocciati”, di cui tredici ancora alle prese con carenze di capitale per un totale di 9,5 miliardi nonostante gli aumenti varati in corso d’anno. Sono i risultati degli “esami” (comprehensive assessment) sulle maggiori banche dell’area euro, costituiti dalla revisione della qualità degli attivi (asset quality review) della Banca centrale europea e dagli esiti degli stress test della European banking authority. Le valutazioni, basate sui bilanci del 2013, promuovono di fatto a pieni voti solo Credito EmilianoIccreaIntesa SanpaoloMediobancaUbi Unicredit. E nel drappello delle 25 bocciate ben nove sono banche italiane: Monte dei Paschi di SienaCarigeBanca Popolare di MilanoPopolare di VicenzaBperBanco PopolareBanca Popolare di SondrioCredito Valtellinese Veneto Banca. Un risultato che, pur molto ridimensionato dalle misure messe in campo nel frattempo e da cui emerge che solo Mps e Carige dovranno chiedere altri soldi ai soci, ci vale l’ultimo posto in Europa. Ma gli analisti della Banca d’Italia, che aveva il compito di valutare l’impatto sul capitale degli interventi adottati nel 2014, in conferenza stampa hanno spiegato senza mezzi termini che questa brutta pagella è stata influenzata non poco dalle ipotesi sottostanti. Che hanno penalizzato il nostro Paese molto più di altri. Non è un caso, dunque, se per esempio tutte le banche tedesche si sono “salvate”, compresa Deutsche Bank che alla vigilia sembrava sul filo della bocciatura nonostante un aumento di capitale monstre da oltre 8 miliardi.

Quello della Bce “è un esercizio che ipotizza uno scenario sfavorevole soprattutto in termini di crescita e ovviamente le condizioni iniziali contano molto”, ha detto Fabio Panetta, membro del direttorio e vice direttore generale di via Nazionale. Di conseguenza “un esercizio che riduce la crescita attesa in modo significativo è molto più doloroso” per l’Italia piuttosto “che per un Paese con una crescita significativa”. Non solo perché partivamo da una “situazione macroeconomica fortemente deteriorata” e con banche indebolite da forti perdite su crediti, ma anche a causa dell'”handicap” costituito dal fatto che “altri Paesi partivano con aiuti di Stato e interventi pubblici”. Riferimento non casuale alla Germania, le cui banche dall’inizio della crisi hanno ricevuto aiuti governativi per quasi 250 miliardi, ma anche alla Spagna, dove gli interventi pubblici sono ammontati a 60 miliardi, a Irlanda e Paesi Bassi (50 miliardi a testa), alla Grecia (40 miliardi). Ma anche a Belgio e Austria (19 miliardi) e Portogallo (18 miliardi). Al contrario, il sostegno pubblico in Italia è stato limitato ai circa 4 miliardi di euro andati a Mps sotto forma di Monti bond. Questo, ha sottolineato Panetta, “è un motivo di vanto per il Paese. Se avessimo avuto un terzo degli aiuti della Germania, quindi per circa 77 miliardi di euro, avremmo avuto un surplus”. Il sistema bancario italiano, invece, “è rimasto in piedi senza aver avuto bisogno di cospicui interventi pubblici”.

Fin qui, comunque, tutto regolare. Il fatto è, però, che nel caso peggiore Francoforte si è spinta a immaginare che l’Italia possa rimanere in una grave recessione (pil in calo dell’1,6% nel 2015 e dello 0,7% nel 2016) “per l’intero periodo 2014-16, dopo quella già sofferta dall’economia italiana nel 2012-13, che faceva seguito a quella del 2008-09. E ipotizza inoltre un riacutizzarsi della crisi del debito sovrano. Questo ipotetico scenario utilizzato nella simulazione configurerebbe quindi un collasso dell’economia italiana, con gravi conseguenze ben oltre la sfera bancaria”. Un quadro, insomma, di gran lunga troppo pessimistico anche se inserito nello “scenario sfavorevole” che era parte integrante degli stress test e doveva costituire una prova di resistenza agli shock. E, in questo panorama, Francoforte ipotizza anche uno scenario avverso sul mercato dei titoli di Stato, mentre “da alcuni mesi le banche hanno registrato plusvalenze” grazie al calo del tasso di interesse sui titoli di Stato. Lo scenario avverso, quindi, sottolinea, “è uno scenario apocalittico. E noi non siamo ancora all’apocalisse”.

Anche Mps, la grande bocciata con 2,1 miliardi di esigenza di capitale, nel comunicato diffuso domenica pomeriggio ha sottolineato di essere stata “penalizzata”, ricordando di aver “da poco (novembre 2013, ndr) intrapreso il percorso di ristrutturazione approvato dalla Commissione europea”, che nel valutare il piano ha usato modalità che “si discostano in misura significativa” da quelle utilizzate da Francoforte per determinate lo scenario avverso. Tra le altre cose, si legge nel comunicato, “nello scenario avverso la Bce non ha considerato gli effetti dell’eventuale mancato rimborso di 750 milioni di euro di aiuti di Stato residui (sul totale di circa 1,1 miliardi) che costituisce una delle possibili misure implicite incluse nel Piano di ristrutturazione”. Insomma, Rocca Salimbeni ricorda che non è ancora tramontata l’ipotesi che, nel peggiore dei casi, lo Stato possa diventare azionista dell’istituto attraverso la conversione in azioni dei Monti bond residui tra quelli sottoscritti nel 2013.