Ieri sono usciti i nomi dei finalisti al Premio Tenco. Ci ho messo un po’ a riprendermi e a scriverne, perché va bene cogliere lo zeitgeist, va bene che stiamo vivendo in una delle epoche più cupe del nostro paese dal dopoguerra, forse anche da prima, va bene anche l’idea che, in fondo, sette miliardi di persone su questa terra sono decisamente troppo e l’implosione del pianeta non è poi ipotesi tanto insana, ma se questo è davvero il meglio che passa il convento, beh, allora c’è davvero da perdere ogni speranza. Intendiamoci, vedere tra i sei album finalisti, di questo intendo parlare, Museica di Caparezza e Aspettando i barbari dei Massimo Volume, riempie di speranze, specie per questi ultimi, a mio avviso una delle migliori realtà del rock indie di tutti i tempi. Ma vedere che al loro fianco c’è l’ultimo lavoro di gente come Brunori Sas e Le luci della centrale elettrica, in compagnia dei Virginiana Miller, che mi hanno sempre lasciato abbastanza indifferente, e di Nada, strano caso di artista che dopo essere rinata a nuova vita, nei decenni scorsi, è riuscita a perdersi di nuovo, onestamente, mi toglie anche quel residuo di entusiasmo che, mi dicono i bene informati, di solito coglie sotto forma di adrenalina, chi sta per morire (ho visto la puntata in cui muore Mark Sloane in Grey’s Anatomy, so di cosa parlo).

Lo so, il titolo di questo pezzo può suonare provocatorio, e anche le parole che ci sono dentro, ma è bene chiarire subito un concetto: tra un finto prodotto artistico e un finto prodotto plastificato, sarà perché mi riconosco di più nel pubblico di riferimento del primo, sarà perché mi sento anche parte del mondo di riferimento del primo, io preferisco sempre il secondo.

I Dear Jack sono una band nata per soddisfare una richiesta di pubblico adolescenziale, lo stesso che riempie gli stadi per i concerti dei Modà. Stesso pubblico, stessa musica (addirittura stesso team di lavoro, a partire proprio da Kekko, che ne firma alcuni pezzi), stesso vettore che conduce dal punto A, la discografia, al punto B, il pubblico, senza lasciare feriti in strada. Nel loro essere finti, quindi, riconosco una certa onestà di fondo.

I Brunori Sas vengono ascritti d’ufficio al mondo dell’indie, il mio mondo, mondo che però, ci si affretta sempre a dire, un po’ come succede con rapper quali Emis Killa o Fedez, non è più quello di una volta, è meno chiuso su se stesso, più aperto al mainstream. E ci credo, mi viene da dire, chi potrebbe mai prendere sul serio fino in fondo chi ha fatto dell’essere naif un marchio di fabbrica. Intendiamoci, il discorso lo si potrebbe anche fare a un Colapesce, a un Dente, anzi, a Dente soprattutto, insomma, a tutti gli appartenenti a questa genia di cantautori indie che riempiono locali e sono stati assurti a nuovi cantautori tout court, con tanto di candidatura al Tenco e probabile vittoria finale. A me la sciatteria in musica non piace, e neanche la approssimazione. Uno può dire, ma questo è low-fi, roba fatta in casa, e ben sappiamo come Dente abbia in effetti cominciato così, ma oggi che questi figuri fanno tour nazionali di tutto rispetto, che vendono anche, sempre che abbia senso parlare di vendite oggi, la sciatteria e la approssimazione diventano una scelta, non un inconveniente divenuto vezzo. Sentire brani che sembrano provini, per come suonano e per come sono composti, infastidisce. Si capisce che sarebbero potuti diventare altro, decisamente meglio, e che invece no, ci si è fermati subito, perché tanto si è naif, va bene così. Regala l’impressione che di più non si riesca a fare, e che di meglio non si riesca a fare, e che questo mondo, l’indie di cui sopra, sia in effetti così, approssimativo e sciatto. Un tempo c’era De Gregori, potrei dire fossi un nostalgico, oggi c’è Brunori SaS, e poi addio, è stato bello. Siccome non mi piace vincere facile non citerò Kurt Cobain.

Discorso a parte meriterebbe Le luci della centrale elettrica, al secolo Vasco Brondi, ma la presenza al fianco del suo Costellazioni di quel mostro di bellezza che è Aspettando i barbari dei Massimo Volume dovrebbe spingere chiunque a rivolgersi seriamente agli originali invece che ai surrogati.

Chiaro che in casa non ascolto i Dear Jack, a meno che non succeda che mi entrino in casa bruti iperviolenti, gente degna di stare in un film di Haneke, e mi costringa a farlo sotto minaccia, perché io non faccio parte del pubblico di riferimento di quella roba lì. Ma è anche chiaro che a leggere che duecento miei colleghi hanno deciso che meglio di questa roba qui non c’era, mette angoscia peggio che il sapere che sta per uscire un libro di Gramellini e della Gamberale insieme.

Se vedo un democristiano che fa finta di essere uno di sinistra e fa cose da democristiano, in quanto uomo che ha sempre votato a sinistra mi sento offeso, vilipeso, se la stessa cosa la fa un democristiano che fa finta di essere di destra mi indigno, ma quantomeno mi sento preservato nella mia identità. Ecco, la musica incompiuta di Brunori SaS a me sembra come un democristiano che finge di essere di sinistra, indossa i miei abiti, porta la mia stessa barba lunga, frequenta i miei luoghi e, una volta entrato, delude le aspettative, è un democristiano come tutti gli altri. Meglio allora ascoltarsi la Domani è altro un film dei Dear Jack, almeno lì il cervello non lo dobbiamo neanche accendere, si va in folle fino al brano successivo e poi verso un altro e un altro ancora.

PS: Siccome non mi piace lasciare i lavori a metà, qui dichiaro solennemente che le restanti categorie del Tenco mi trovano meno infastidito. Adoro l’ultimo lavoro di Andrea Mirò con Alberto Patrucco, Segni (e) particolari, adoro Francesco Di Bella, qualsiasi cosa faccia, adoro Diego Mancino e la canzone che ha scritto con Faini per De Andrè jr.