Finalmente l’ho letto! Parlo de “La banalità del male” di Hannah Arendt, un libro che, da tempo, mi ripromettevo di avere tra le mani per potermi immergere nella sua lettura e parlare con maggiore cognizione di causa del fascino di un titolo che ho sempre considerato significativo, anche in virtù (o forse soprattutto) del lavoro che svolgo e che mi porta a contatto diretto con situazioni di violenza.

Pensavo che la descrizione di un processo, quello di Adolf Eichmann, funzionario tedesco responsabile della deportazione degli ebrei per l’attuazione della cosiddetta “soluzione finale”, durante la seconda guerra mondiale, fosse una lettura di una certa pesantezza, invece la scrittura della Harendt è chiara, efficace, non annoia mai, appassiona e fa conoscere un pezzo di storia di cui tutti parlano, ma di cui pochi sarebbero in grado di portare degli approfondimenti e andare oltre l’ormai risaputo. Un inutile costrutto mentale, come tanti, che mi ero creato e che solo l’esperienza (la lettura) ha potuto smontare.

Non è mia intenzione soffermarmi sul contenuto storico, sociale, giuridico del libro, ma solo sul titolo ed il suo significato, sunto perfetto di una delle poche “verità” che anni di esperienze personali e professionali mi hanno insegnato.  Il male non esiste come un qualcosa di radicato nell’individuo, definizioni come buono o cattivo mi sono sembrate sempre parole dal sapore adolescenziale. Termini che, se utilizzati in modo assoluto, condannano la relatività di cui sono portatori, consacrandone la morte.

Ogni uomo è figlio della sua storia, il comportamento ne è il più diretto e sincero racconto. Siamo abituati, sin da piccoli, a giudicare, a valutare, a parlare degli altri più che a parlare con gli altri. (S)Qualificare l’altro ai nostri e agli altrui occhi ci permette di supporre e fare supporre che noi siamo diversi, possibilmente migliori. Questa tendenza può essere un boomerang e ritorcersi contro di noi, durante momenti di difficoltà personali, perché anche allora sarà più semplice ed automatico giudicarsi. Il giudice cosa fa, se non emettere una condanna o un’assoluzione? Per il giudice la comprensione del fenomeno passa in secondo piano, il suo obiettivo è valutare l’aderenza o meno a leggi stabilite. Se è pur vero che la vita ha bisogno di processi, essa non è un processo o meglio paradossalmente lo è nella misura in cui consideriamo questa parola nel senso di un cammino verso l’ evoluzione e non un luogo di sentenze. L’unica verità assoluta è che ogni verità è relativa, il resto ha a che fare con i nostri umori e i nostri costrutti mentali.

Il cattivo è tale nella misura in cui lo si considera tale, non dando lui possibilità di essere altro, ad essere malvagie sono le azioni e non le persone.

L’animo umano non è esente da vizi o debolezza, ma sono convinto che quando Carl Rogers, psicologo americano, fondatore dell’Approccio Centrato sulla Persona, parlava della Tendenza Attualizzante dell’individuo centrava l’essenza della natura umana. Essa consiste in quella forza che ci porta ad assumere comportamenti tali da mantenere, migliorare e riprodurre noi stessi, motiva intrinsecamente le nostre azioni cercando l’espressione di ogni potenzialità, direzionandoci verso il completamento dei nostri bisogni.

“Abbiamo a che fare con un organismo che è sempre motivato, è sempre intento a qualcosa, che cerca sempre qualcosa. La mia opinione è che c’è nell’organismo umano, una sorgente centrale di energia, e che tale sorgente è funzione di tutto l’organismo, non solo di una sua parte. Il modo migliore per esprimerla con un concetto è di definirla tendenza al completamento, all’attualizzazione, alla conservazione ed al miglioramento dell’organismo”. Rogers, C. (1978)

La Tendenza Attualizzante evidenzia che il concetto di male e bene non spiegano niente, l’organismo si dirige verso il suo miglioramento, dovrà certamente fare i conti con l’ambiente esterno, a volte ne sarà agevolato, il più delle volte forse ostacolato, facendo nascere sintomi che vanno da semplici disagi temporanei a patologie e/o dipendenze vere e proprie.

Nel libro della Arendt la figura di Eichmann è quella  di un uomo che eseguiva degli ordini, parte di un ingranaggio al quale non aveva né la forza di opporsi né quella forse di consapevolizzare chiaramente gli intenti, riducendo il tutto ad una aderenza a comandi superiori, cosa per un burocrate ineludibile e positiva.

Il male viene visto come un qualcosa di banale, ma che la stessa filosofa tedesca riconosce come terribile perché nella sua banalità  sta la sua forza e la sua pervasività. Ne nasce una non intenzionalità che giustifica, pacifica gli animi, deresponsabilizza, ma i cui effetti non sono per questo meno violenti. Loro potremmo essere  noi e noi potremmo essere loro, lasciamo i mostri alle favole e viviamoci la realtà per quella che è e non per come la vorremmo per quieto vivere, solo così saremo in grado di cambiarla.

Naturalmente non si tratta di giustificare il male,  sia esso il Nazismo o qualsiasi altra forma di violenza, questo sarebbe fuori da ogni logica, la loro condanna deve essere completa, decisa ed unanime, ma si tratta comprendere da dove nascano certi fenomeni ed azioni che ledono la fisicità e la dignità altrui per permetterci di fermarli quando ancora sono nella culla, consapevoli di cosa significhi, al contrario, dar loro possibilità di crescita.