Non sono mai stato un fan degli Smiths. Mai. Neanche all’epoca. E se proprio dovessi scegliere, perché spesso il rock è fatto di partigianeria, mi sarei schierato dalla parte di Johnny Marr, uno che con la sua chitarra ha segnato un’epoca. Intendiamoci, anche Moz, con la sua voce ha segnato un’epoca, e quell’epoca non è ancora finita, stando al seguito che il cantante di Manchester ancora ha, quantomeno tra i miei coetanei. Ha segnato la generazione di chi era giovane nell’ultimo quarto del secolo scorso. Ma non sono mai stato un suo fan. Né un fan della sua band, sempre che sia possibile distinguere l’uno dall’altra e viceversa.

Però l’idea che Morrissey sia malato di cancro, e che queste che si stanno tenendo in questi giorni in Italia potrebbero, quindi, essere le sue ultime esibizioni di una vita, mi addolorano. 

Sono nato in provincia, in Ancona. E ho sempre guardato alle altre province, quelle inglesi come quelle americane, da cui arrivava musica che avevo modo di ascoltare solo attraverso le onde radiofoniche di programmi come StereoNotte, condotte da Luca De Gennaro e Gennaro Iannucilli o Alberto Campo e Guido Chiesta, con attenzione. Sì, con la stessa attenzione che da piccoli si riserva ai più grandi, come se vedere qualcuno che sta passando quello che immaginiamo presto passeremo noi, ci potesse fornire qualche indicazione utile, un know how che, la vita ce lo spiega sempre troppo tardi, in realtà non si può applicare mai a noi stessi.

Così mi sono ritrovato, giovanissimo anconetano attaccato con le cuffie alla mia radiolina, a immaginare come mai dovesse essere questa mitica Manchester, città da cui erano usciti e stavano uscendo così tanti artisti incredibili. Mi sono perso i Joy Division, o meglio, li ho recuperati postumi, perché l’anagrafe mi ha remato contro, ma ho seguito con attenzione gli ex sodali di Ian Curtis, nei New Order, e ho soprattutto amato l’ondata della cosiddetta MaDchester, Ian Brown e gli Stone Roses in testa, e i vari Happy Mondays e Inspiral Carpets a seguire. Poco ho amato gli Oasis, confesso, più attirato, sempre parlando di dicotomie e frizioni, dai loro competitor nell’ondata Brit Pop, i Blur di Darmon Albarn.

Ma su tutti questi, come un’aura, c’è sempre stato Morrissey, cantante degli Smiths ma molto, molto di più. Misogino e misantropo, così ce lo hanno sempre raccontato, uno che dell’essere solo e isolato ha fatto una bandiera, forse anche una poetica. Una specie di asceta incantato a cantare il cuore spezzato. Uno che è sopravvissuto alla sua carriera solista, verrebbe da dire, perché quel che è stato dopo gli Smiths, so che farò innervosire molta gente, compresi molti amici, non è sicuramente stato all’altezza di quanto prodotto con la band che ha fatto della sua voce e della chitarra di Marr, ma soprattutto del suo modo di cantare un’adolescenza dell’anima, un marchio di fabbrica indelebile, per chi l’ha incontrato, e forse anche per le generazioni a seguire.

Ecco, probabile che io non l’abbia incontrato nel modo giusto, che la mia poetica abbia trovato più giusta coincidenza con quella sbruffona e politicizzata degli Stone Roses, e che fra chi se ne sta chiuso in camera a guardare dentro se stesso e chi se ne va in strada a tirare sassate contro le insegne dei partiti io, chiuso nella mia camera, abbia voluto immedesimarmi con i secondi, per reazione. 

Non sono quindi mai stato uno il cui cuore ha battuto per Morrissey. Ma siccome, come ha scritto qualcuno su Facebook, mi scuso per non ricordare il nome, il passaggio televisivo di Moz a Gazebo è il nuovo concerto dei Nirvana al Bloom, evento che ha chiuso a suo modo un’epoca, senza con questo voler portare sfiga al nostro, sia chiaro, non ho mancato di stare incollato al televisore, per guardare quello che è stato probabilmente il passaggio tv più assurdo della storia, due minuti e mezzo di esibizione, per altro con un audio degno di una sagra da paese e via, senza neanche una parola. E sarei anche tentato di andarlo a vedere dal vivo, non fosse che a me Morrissey continua a non piacere.

Quello che però vorrei dire, facendo mea culpa, è che ironizzare su alcune fisime di Moz è facile. L’ho fatto io stesso, riportando su Facebook e Twitter un cartello, lo vedete qui sotto, in cui promoter del tour italiano chiedono agli spettatori dei suoi concerti di non portare carne e pesce dentro i teatri dove si esibirà il cantante, evidentemente e notoriamente vegetariano.

 

Ecco, ironizzare sarebbe facile, io l’ho fatto chiedendo se tra quella carne da non portare fosse compresa anche quella umana, battutina da ragazzino, e me ne pento. Perché resta il fatto che la malinconia che mi accompagna pensando che prima o poi, con lui, finirà la adolescenza di tanti miei coetanei, mi spinge a fare un passo indietro. Come se, per interposta persona, avessi coscienza di aver relegato in lui una piccola parte del me stesso giovane. Quel me stesso che sognava di andare in giro sbruffone, con la faccia di Ian Brown, mentre in cameretta cercava se stesso, non trovandolo.