La presa di posizione di Beppe Grillo a favore dell’uscita dall’Euro segna una svolta significativa del dibattito politico-economico e merita una riflessione attenta.

Ci si è arrivati dopo una lunghissima digestione e probabilmente sulla scorta del successo elettorale di un partito politico minoritario, in passato noto ai più soprattutto in ragione della passione per i diamanti tanzaniani: prima d’ora il M5S si era invece dibattuto con un certo imbarazzo tra la posizione euroscettica (largamente prevalente presso la base) e la posizione “responsabile” (più in voga tra parlamentari).

Chi ha ragione? Chi ha torto?

La mia opinione è nota: pur ritenendo l’Ue un complesso e antisociale pasticcio diplomatico, la cui unica funzione sembra essere quella di impantanare i Governi e le Banche Centrali nazionali nello stagno marcescente dell’indecisionismo pur di far salvo il commercio intracomunitario di latte francese e automobili tedesche, smontare tutto e tornare agli anni ’80 non mi sembra l’idea del secolo.

Per una serie di motivi, piuttosto banali, così riassumibili:

  1. L’evoluzione millenaria dell’economia globale passa per l’incremento del commercio internazionale, l’abbattimento progressivo delle barriere doganali e la riduzione delle protezioni: ogni volta che uno o più Paesi hanno tentato di innescare la retromarcia e autoescludersi da questo processo hanno ottenuto il solo desolante risultato di sostituire il caffè con disgustosi surrogati;

  2. Moneta vuol dire fiducia: l’idea che il suo valore possa essere completamente indipendente dalla credibilità internazionale e dalla solidità finanziaria dell’ente che la emette è non solo sbagliato, ma, soprattutto, intellettualmente disonesto. Lo avreste accettato un assegno da Umberto Bossi (prima che finisse in Parlamento dico)? Io no.

  3. L’idea che l’Italia possa affrontare la concorrenza dei giganti geopolitici americano e russo-cinese è bizzarra. Presto o tardi ne saremmo schiacciati.

Certo tutto questo non vuol dire che l’adesione del nostro Paese all’Unione Monetaria sia stata un colpo di genio!

Il principio, strategicamente corretto, di salire sul treno geopolitico più forte è stato attuato nella maniera sbagliata, nel momento sbagliato, per i motivi sbagliati: lo si è fatto senza consultare gli elettori, senza chiedersi quali sarebbero state tutte le possibili conseguenze e senza rendersi conto che l’abbandono della leva monetaria (dopo quella doganale) era una scelta che la debole economia italiana non poteva ancora permettersi.

Lo si è fatto, soprattutto, perché nostra triste e degenere classe dirigente, semplicemente, non sapeva che altro fare per risanare la finanza pubblica.

Ecco, è tutto qui il dramma di questo infelice Paese: le decisioni non avvengono dopo accurata elaborazione, mediante la condivisione e il dibattito, dopo il voto del corpo elettorale; in Italia le decisioni sono ispirate al sacro principio del “lancio lungo e pedalare”, dello “speriamo bene”, del “se lo fanno tutti sarà la cosa giusta da fare”.

Guardate ad esempio cosa sta accadendo con la riforma del mercato del lavoro: si decide di abolire l’articolo 18, ma non lo si è mai detto in campagna elettorale, non si è fatta un’analisi sulle conseguenze, non si riesce nemmeno a spiegare in maniera chiara perché in questo momento la priorità sarebbe la libertà di licenziare e non, ad esempio, procurare a tutti gli italiani il necessario apporto settimanale di proteine!

Sembra quasi che il coglionamento dell’elettorato – ritenuto evidentemente irresponsabile e incapace di prendere decisioni – il procedere per tentativi, la speranza di farne una giusta, siano gli unici strumenti di governo funzionanti e adeguati al Belpaese.

Ecco, non vorrei che dopo aver usato questo favoloso sistema per costruire la moneta unica, lo si utilizzasse anche per distruggerla.