Il mondo deve sapere, via quotidiano cartaceo. E così la guerra interna tra soci TirreniaCin è passata dal consiglio di amministrazione alle carte bollate fino alle lettere aperte. Quelle pubblicate, sotto la dicitura “avviso a pagamento”, su alcune delle più importanti testate nazionali. L’armatore partenopeo Vincenzo Onorato ha scelto caratteri neri su pagina bianca. Con questa intestazione: “Cari lettori, passeggeri, trasportatori e miei cari marittimi…”. Così a fine settembre e di nuovo la prima settimana di ottobre. Qualche riga di biografia sul mittente, il patron di una della principali compagnie di navigazione italiane, la Moby. Figlio d’arte (la famiglia è nel settore da quattro generazioni) e socio di maggioranza, appunto, di Tirrenia. Il marchio storico (e statale) privatizzato tra varie difficoltà, sotto il governo Monti, appena due anni fa, con una convenzione da 580 milioni di euro, ossia 72,6 milioni l’anno che lo Stato garantisce fino al 2020. Questi i patti con la cordata. Sull’altro piatto della bilancia il rinnovamento della flotta e il servizio delle tratte in continuità territoriale con le isole, comprese le corse invernali, meno vantaggiose. Ed ecco quindi la nascita di un operatore di interesse pubblico, la Tirrenia – Cin, costituita da imprenditori privati e già attivi nello stesso mercato. I soci sono appunto Moby (40%), l’ormai contrapposto fondo d’investimento Clessidra al 35 per cento, Luigi Negri al 15% (attraverso il Gruppo di investimenti portuali) e Shipping Investment di Francesco Izzo con il 10%. Ma l’assetto rischia già di saltare.

Armatore contro fondo d’investimento – Le parti che si affrontano da mesi – anche davanti alla Camera arbitrale di Milano su dissidi sul piano industriale – sono quindi le più importanti. In ballo c’è il controllo della compagnia e delle rotte più interessanti, quelle per la Sardegna. E Onorato con il suo j’accuse pubblico punta il dito contro il fondo d’investimento guidato da Claudio Sposito, ex banchiere di Morgan Stanley. Si definisce “imprenditore” e “responsabile di famiglie di marittimi che lavorano con noi da generazioni”, mentre il fondo agirebbe solo per interesse. L’ipotesi tracciata, scrive, è quella della compravendita: “Voleva forse comprare e poi rivendere, in breve tempo, Tirrenia per realizzare un lauto guadagno?”. Il contratto di partenza, siglato “col sorriso”, è saltato. Si puntava alla fusione di Moby e Tirrenia, ma, come puntualizzato anche dal fondo Clessidra, si è messa di traverso anche l’Antitrust: con una sentenza che risale a un anno fa, settembre 2013, ha cassato il progetto di fusione ibrida (compagnia privata e compagnia che riceve contributi statali) che avrebbe di fatto portato a una sorta di monopolio. L’amatore Onorato alle repliche del fondo ha rilanciato con un’altra pagina a pagamento. In cui ha precisato che si riferiva alle mancate “sinergie” tra le due compagnie, ostacolate – a suo dire – dagli altri soci, compatti. E di nuovo ha sottolineato che Clessidra ha operato solo per il proprio tornaconto. Tutto ruota intorno alla liquidazione della quota del fondo (118 milioni di euro) che potrebbe avvenire proprio in virtù della mancata fusione: una simile operazione, fatta “non nel tempo ma a soli due anni dalla sua creazione”, “significherebbe massimizzare l’investimento non di tutti i soci come Clessidra tenta di far credere, bensì soltanto di quest’ultima”.

Onorato contro tutti – Tra le accuse, oltre a quella di cattiva gestione, ci sono pure il tradimento e la creazione di fazioni interne. “L’amministratore delegato di Tirrenia (Ettore Morace, ndr) si schierò immediatamente con il socio finanziario e la Tirrenia divenne il peggior nemico di Moby”, sostiene Onorato. Il fondo promette nuovi capitoli in “sede appropriata”, ossia tribunale arbitrale. Ma la stessa Tirrenia ribatte in una nota che “l’ad non si è ‘schierato’ a favore di alcun socio, bensì dalla parte della compagnia lavorando alacremente”.

Gli intrecci e la trattativa saltata – In realtà i legami tra le parti sono complessi: il fondo Clessidra detiene infatti il 32 per cento della compagnia Moby e il 35 di Tirrenia. Qualche mese fa si è consumato un tentativo di acquisto delle quote da parte dello stesso Onorato, poi saltato nonostante l’ok degli istituti di credito. Ora Clessidra ha tempo fino alla primavera 2015 per uscire dalla compagine societaria. Ed è già caccia alle possibili new entry. Su questo punto si sbilancia pure il socio di minoranza Gigi Negri. Che in un’intervista al magazine online specializzato Ship2shore afferma di avere individuato il piano B: “Una cordata di altri partner industriali che non solleverebbe problemi legati ad abusi di posizione dominante nel mercato”. Ci sono sei mesi, dunque, per capire quali saranno i nuovi attori che muoveranno la Tirrenia-Cin, gestiranno milioni di euro pubblici e garantiranno gli spostamenti su e giù per il Tirreno. Ma prima deve passare l’inverno. E sarà lungo.