Come ampiamente anticipato da tutti i sondaggi, Dilma Rousseff, ha vinto ieri la prima ronda delle presidenziali brasiliane. Anzi, l’ha per molti aspetti ‘stravinta’, conquistando da un lato, com’è ovvio, il più alto numero dei voti (qualcosa più del 41 per cento del totale) e, dall’altro, riuscendo ad evitare, un (fino a ieri) molto temuto confronto con Marina Silva, l’ascetica candidat – lanciata nell’arena elettorale dalla tragica scomparsa di Edoardo Campos, il leader socialista morto lo scorso agosto in un incidente aereo – che, fino a solo una decina di giorni fa i sondaggi davano come molto probabile nuova inquilina del Palácio do Planalto. Dilma ha, insomma, vinto tutto. E, paradossalmente, proprio la totalità – o se si preferisce la ‘eccessiva’ dimensione della sua vittoria – si profila ora per lei, in vista della ‘bella’ del 26 ottobre, come la più temibile delle minacce.

Dilma non dovrà infatti correre contro Marina Silva – la cui la rampante sfida s’è malinconicamente spenta nelle urne – ma con Aécio Neves, il candidato del PSDB (Partido da Social Democracia Brasileira) che, considerato fino a pochi giorni or sono poco più d’un terzo e piuttosto patetico incomodo – tanto incomodo e tanto patetico, in effetti, da non meritare neppure il titolo di ‘ago della bilancia’ – ha sorpreso tutti sfiorando il 34 per cento dei voti. Ovvero: arrivando ad appena sette punti da Dilma, e con nient’affatto peregrine possibilità d’ottenere, sullo slancio della sua sorprendete rimonta, una rilevante parte del 21 per cento che la vera perdente di questo primo turno, Marina Silva, ha lasciato in eredità all’elettorato.

La partita è, dunque, apertissima. E molte sono, ovviamente le domande che il risultato propone. La prima e più ovvia: perché Marina Silva ha attraversato questa contesa elettorale con il fulgore, splendido ma effimero, d’una stella cadente? Perché la sua ‘dirompente candidatura’ – un ‘uragano’ l’avevano definita – s’è sgonfiata con tanto fulminea rapidità? In parte – ci raccontano le cronache di questa prima ronda – per la campagna che, in stile ‘terra bruciata’, l’intera macchina da guerra del PT di Dilma e Lula ha contro di lei lanciato, dipingendola, senza nulla risparmiarsi in materia di meschinità (ed in politica, com’è noto, la meschinità assai spesso paga), come una torva marionetta nelle mani di banchieri e voraci capitalisti desiderosi di cancellare, ovviamente nel nome del ‘neoliberalismo’, ogni conquista sociale. Ma soprattutto perché, a fronte delle speranze che il suo apparire sulla scena aveva suscitato, Marina Silva non è riuscita a profilare un’appena credibile proposta politica alternativa, perdendosi in un limbo nel quale la sua idea di ‘cambiamento’ e la sua straordinaria storia personale – la sua lotta contro la povertà, la sua battaglia per la difesa dell’Amazzonia a fianco di Chico Mendes – si diluivano in un inestricabile intreccio di contraddizioni. O meglio: in un enigmatico ‘puzzle’ composto da tessere – il suo fondamentalismo evangelico, il suo vago progressivismo, il suo ora piuttosto annacquato ambientalismo, le sue altrettanto vaghe promesse di efficienza economica e di lotta alla corruzione – che tra loro non si combinavano.

È nella breccia di questo enigma che gli attacchi del PT – quelli giusti e quelli decisamente infami – sono passati. Ed è in questa breccia che è passata l’oggi semi-miracolosa resurrezione del socialdemocratico Aécio Neves, dalla quasi totalità dei politologi (brasiliani e non) già bollato come ‘il primo candidato del PSDB incapace di giungere al ballottaggio. Vale a dire: laddove prima di lui erano arrivati tanto Fernando Henrique Cardoso (vincendo per due volte) quanto, perdendo, José Serra (2002, 2010) e Geraldo Alkwin (2006).

E proprio questo, contate le schede, è ora il più impellente interrogativo: quanta parte del voto di Marina Silva – perlopiù interpretato come frutto delle proteste e dei perduranti malumori che nell’ultimo anno hanno scosso il paese – finirà il 26 ottobre nelle urne di Aécio, un figlio d’arte (suo padre, Tancredo Neves, fu il primo presidente del dopo-dittatura, morto prima di poter assumere l’incarico) che sembra in effetti, sulla carta, il meno adatto ad esprimere il ‘bisogno di nuovo” che percorre il paese? Quanti finiranno, invece, nelle tasche di Dilma? O meglio: in che misura Dilma pagherà ora la sua strategia di ‘terra bruciata’ contro Marina?

Molto difficile prevederlo nelle ‘montagne russe’ di questo processo elettorale. Di certo non v’è, al momento, che una cosa. Anzi, due. La prima: qualsivoglia dei due candidati vinca, con il summenzionato ‘bisogno di nuovo’ dovrà fare i conti sullo sfondo d’un ‘miracolo economico’ che – fondamentalmente basato su una favorevole congiuntura dei termini di interscambio internazionali – da ormai da un anno va inesorabilmente sgonfiandosi reclamando riforme. La seconda: al di là d’una retorica elettorale che – soprattutto dal lato del PT – annuncia un epico scontro tra due contrapposte ‘visioni del mondo’, il prossimo ballottaggio (un classico degli ultimi 20 anni di politica brasiliana) vede in realtà in lizza, come già in passato, due candidati straordinariamente simili. Anzi: due candidati che sono, a tutti gli effetti, espressione d’una medesima ‘continuità’.

Ma di questo scriverò in un prossimo post.