Più dei dipendenti della Camera, più di quelli del Senato, in certi casi più dei deputati stessi. Sono i dipendenti dell’Assemblea regionale siciliana, che hanno appena firmato un accordo con la presidenza del Parlamento isolano. Oggetto dell’intesa: la riduzione dei loro stipendi. A Palazzo dei Normanni la parola spending review per anni è rimasta fuori dalla porta, bandita e scacciata come fosse la peste nera. Adesso invece la scure dei tagli si è insinuata persino nei corridoi un tempo frequentati dagli Angiò e dai Borbone. Colpa del decreto Monti, che l’anno scorso ha dato più di un grattacapo ai novanta deputati regionali.

Dopo un tira e molla durato qualche mese, alla fine i parlamentari siciliani si erano dovuti arrendere: e gli stipendi era stati tagliati da 16mila euro lordi al mese ad “appena” 11mila e 100 euro. Poi a tirare la cinghia sono stati chiamati i dipendenti del Parlamento più costoso del mondo. In teoria l’Ars avrebbe dovuto recepire i nuovi tetti massimi varati dal Senato, dato che dagli anni ’50 privilegi e benefit di Palazzo dei Normanni sono “agganciati” a quelli di Palazzo Madama. Un contenimento dei costi, in linea appunto con la spending review varata da Monti, che però non riduce certamente sul lastrico i dipendenti di Palazzo Madama. I nuovi massimi contrattuali stabiliti dal Senato, infatti, sono molto lontani dallo stato di crisi: uno stenografo potrà guadagnare (in relazione agli scatti di anzianità) fino ad un massimo di 172mila euro lordi all’anno, un segretario 166mila, un coadiutore 115mila, un tecnico 106mila e un assistente parlamentare 99mila. Ai 218 dipendenti dell’Ars però quei tagli decisi nella capitale erano sembrati esagerati: ed è per questo che minacciavano d’incrociare le braccia.

E dopo un dialogo lungo mesi, la svolta è stata trovata venerdì pomeriggio quando il deputato questore Paolo Ruggirello ha trovato l’intesa con i sindacati: gli stipendi dei dipendenti dell’Ars sono stati abbassati, ma subendo tagli molto minori rispetto a quelli inflitti alle buste paga dei colleghi di Palazzo Madama. Tagliare si, ma con moderazione. “Gli effetti finanziari dell’accordo – sostiene Ruggirello – determinano maggiori risparmi sul bilancio dell’Assemblea di quelli derivanti da un mero recepimento dei tetti stabiliti presso il Senato”. Questo perché i nuovi contratti del Senato prevedono anche indennità variabili: all’Ars invece le buste paga saranno fisse. I dipendenti di Palazzo dei Normanni, però, di base guadagneranno di più rispetto ai colleghi di Palazzo Madama. Dal primo gennaio 2015 gli assistenti parlamentari dell’Ars potranno guadagnare fino a un massimo di 117mila euro lordi l’anno, i tecnici 129mila, i coadiutori 142mila, i segretari 187mila e gli stenografi 235mila: in pratica il dieci per cento in più rispetto alle buste paga dei colleghi impiegati al Senato. Il taglio, seppur moderato, degli stipendi dei dipendenti, arriva immediatamente dopo il tetto imposto alla busta paga percepita dagli alti burocrati di Palazzo dei Normanni. A luglio infatti il presidente Giovanni Ardizzone aveva stabilito in 240mila euro l’anno il tetto massimo del segretario generale dell’Assemblea. Sebastiano Di Bella, in quel momento grand commis al vertice di Palazzo dei Normanni, aveva quindi scelto di andare in quiescenza, evitando così il taglio del suo stipendio (rimasto top secret ma calcolato in 520 mila euro all’anno) e intascando una probabile liquidazione d’oro con annessa pensione d’argento. Il sessantunenne Di Bella, prima di andare in pensione, aveva ricoperto l’incarico di segretario generale per appena 10 mesi: era infatti subentrato a Giovanni Tomassello, che era andato a riposto a sua volta ad appena 57 anni intascando una liquidazione da un milione e mezzo di euro.

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