L’impensabile è successo. Con il placet di papa Francesco la gendarmeria vaticana ha messo ieri pomeriggio agli arresti l’arcivescovo pedofilo Jozef Wesolowski, ex nunzio a Santo Domingo. Giugno scorso il prelato polacco, membro del servizio diplomatico della Santa Sede, era stato ridotto allo stato laicale al termine di un processo di primo grado e il Vaticano aveva fatto sapere che la vicenda non era conclusa, perché c’era da affrontare anche l’aspetto penale. Ma nessuno in Curia si aspettava un intervento papale così drastico e definitivo se misurato con la secolare prassi delle gerarchie ecclesiastiche di insabbiare, edulcorare o inventare soluzioni per evitare il rigore assoluto della legge ai criminali in tonaca. “In questo momento ci sono tre vescovi sotto indagine. Di uno, già condannato, si sta studiando la pena. Non ci sono privilegi su questo tema dei minori”, aveva dichiarato Francesco nel maggio scorso ai giornalisti tornando dalla Terrasanta. “In Argentina – aveva soggiunto – diciamo dei privilegiati: ‘Questo è un figlio di papà’. Ecco, su questo tema non ci saranno figli di papà”. Ci sarà tolleranza zero, aveva garantito.

Nella rivoluzione di Bergoglio la vicenda di Wesolowski appare esemplare. Poco dopo la sua elezione il Papa prende atto delle accuse rivolte all’ambasciatore vaticano di avere abusato di minori provenienti dai quartieri più poveri di Santo Domingo. L’arcivescovo locale, cardinale Lopez Rodriguez, conferma la credibilità dei fatti. Francesco richiama il nunzio in Vaticano in agosto. In meno di un anno si arriva alla condanna canonica. Ancora pochi mesi e si apre – adesso il procedimento penale. E’ “volontà espressa del Papa”, ha sottolineato ieri il portavoce papale padre Lombardi. L’iniziativa giudiziaria, ha spiegato, è stata presa “affinché un caso così grave e delicato venga affrontato senza ritardi, con il giusto e necessario rigore, con assunzione piena di responsabilità da parte delle istituzioni che fanno capo alla Santa Sede”.

Per capire lo shock provocato dalla decisione imperiosa di Francesco basti pensare al modo morbido con cui papa Ratzinger trattò il caso gravissimo – ancora più mostruoso rispetto all’affaire Wesolowski – del fondatore dei Legionari di Cristo. Da cardinale e prefetto del Sant’Uffizio non ha avuto il coraggio di andare ad uno scontro con l’entourage di Giovanni Paolo II, che soffocava ogni indagine su Marciel Macial, predatore seriale e abusatore dei suoi stessi figli. Da pontefice Ratzinger ha costretto Macial a ritirarsi dalla guida dei Legionari, gli ha intimato una vita riservata di penitenza, e tuttavia non ha preso la decisione di processare il criminale. Di fatto privilegiando il colpevole a danno delle vittime, che attendevano giustizia da decenni. Solo alla sua morte di Macial è stato bollato come meritava. Ma in ultima istanza l’“istituzione” ha avuto la meglio sul diritto morale delle vittime di vedere portato Macial dinanzi ad un tribunale.

L’arresto di Wesolowski renderà ancora più rabbiosa l’opposizione ultraconservatrice al pontefice argentino, accusato di essere “eccessivamente profetico” e demagogico. I prossimi mesi e i prossimi anni saranno turbolenti. Wesolowski è ormai privo di immunità diplomatica. Una volta processato e condannato a una pena detentiva, si aprirà il problema dove tenerlo incarcerato. Al di là dell’inesistenza di trattati specifici non è escluso che possa finire in prigione in Polonia. Perché un carcere il Vaticano non l’ha più.

Il Fatto Quotidiano, 24 settembre 2014