Pisapia e Fassino ci riprovano: il sindaco di Torino lancia l’idea di una fusione tra Iren, la società che si occupa di acqua, energia, gas e rifiuti, di cui il Comune piemontese è azionista, e A2a, ambiti d’intervento acqua, energia e rifiuti, di cui è socio di maggioranza il collega di Milano, che dimostra di apprezzare e addirittura rilancia. “È indubbio che grandi società come A2A e Iren e altre grandi multiutilities dovranno avere sempre di più avere la forza e la capacità di una presenza sul mercato nazionale e internazionale -ha detto Giuliano Pisapia il 7 settembre scorso -. Ipotesi che abbiano un orizzonte industriale più ampio devono essere approfondite senza tabù e senza pregiudizi”.

Quelli che il sindaco di Milano definisce tabù e pregiudizi, e che riguardano una finanziarizzazione sempre più spinta della società che gestiscono servizi pubblici locali, sono i temi oggetto di due quesiti referendari votati nel giugno del 2011 dai cittadini italiani. Che a grande maggioranza dissero no alla privatizzazione. Nel caso specifico di Iren e A2a, inoltre, le perplessità circa le motivazioni alla base di una possibile aggregazione scuotono anche il Sole 24 Ore, che sottolinea come un dossier sulla futura “Multiutility del Nord” sarebbe già stato elaborato e conterrebbe un’unica condizione strategica, ovvero l’esigenza di una ricapitalizzazione da un miliardo di euro, per ovviare al “problema” di un sovraindebitamento delle due società, pari a circa 5,8 miliardi di euro al 30 giugno 2014. La ricapitalizzazione sarebbe “necessaria per ridare fiato finanziario e margini d’azione alla neonata multiutility”, scriveva domenica 14 settembre il quotidiano della Confindustria, senza ricordare come si è formata questa massa di debiti.

Nel caso di Iren, ad esempio, pesano operazioni come la costruzione del contestatissimo inceneritore di Parma, l’acquisto insieme al fondo pubblico-privato F2i della maggioranza delle azioni di Trm, la società creata dal Comune di Torino per costruire (e gestire) l’inceneritore torinese, o la “vicenda” del rigassificatore Olt, l’impianto offshore al largo di Livorno di cui Iren è socia al 46% che è costato 800 milioni di euro ed è ancora fermo al palo per assenza di domanda.

In questa partita, Piero Fassino gioca almeno un paio di ruoli. L’ex segretario dei Ds, infatti, è anche presidente dell’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, ed è in questa veste che quando parla di società partecipate dagli enti locali dice – in un’intervista al quotidiano La Stampa, di fine agosto – che per lui la strada è quella della Borsa, perché “solo così le si costringerà a razionalizzarsi e a ristrutturarsi per presentarsi con i conti in ordine e, una volta quotate, attingere dal mercato quei capitali che servono loro per la propria attività”, invitando il governo a considerare per “i Comuni che aprono alle società private o che mettono in campo processi di aggregazione o fusione potrebbero godere di vantaggi su Patto di stabilità o trasferimenti”.

Il processo di fusione e aggregazione tra Iren e A2a, che coinvolgerebbe anche gli altri Comuni soci (Genova, Brescia, Piacenza, Reggio Emilia e Parma), potrebbe riguardare anche la Cassa depositi e prestiti guidata da Franco Bassanini, che attraverso la partecipata F2i è già partner di Iren a Genova per il servizio idrico integrato e a Torino per l’inceneritore. Stavolta potrebbe toccare al Fondo strategico italiano, che per statuto deve però investire in società che “siano in equilibrio economico-finanziario” mentre Iren e A2a non hanno i fondamentali a posto. Parlando di servizi pubblici locali, a margine dell’Italian Infrastructure Day, che si è tenuto il 9 settembre scorso alla Borsa di Milano l’ad del Fondo Giovanni Gorno Tempini ha affermato: “Noi abbiamo detto chiaramente che Cdp, attraverso il Fondo strategico italiano, ha il denaro per investire e vuole investire. Stiamo aspettando che ci vengano presentati dei progetti. Lo avevamo detto in una conferenza stampa alla fine dell’anno scorso, siamo a settembre del 2014 e ribadiamo a quasi un anno di distanza che siamo pronti a farlo”. Il riferimento, tuttavia, è a progetti “industriali”, che non siano semplici architetture finanziare costruite per reggere un livello d’indebitamento sempre più insostenibile.

di Luca Martinelli