Sono tornata al tempio. Le vecchie parlano delle solite cose. Le solite storie terribili, da mormorare un po’ gemendo; ognuna trascina il suo peso. Non per questo non sanno sorridere. Soprattutto quando esulto scioccamente, ad esempio quando mi accorgo di Erlend (Erlend Oye, dei King of Convenience) dall’altra parte della strada. Ehi, guardate, Erlend! Silenzio. Solo una dice che non ha capito bene. Erla, ripete quasi costernata. Le altre fissano la strada ubbidienti come certe capre, anch’io lo sono, sapete, l’armonia dei gesti è simile, il sincronismo e così via. Loro mi chiedono di Erla. Voglio sorprenderle. Non fate le bolsceviche. Ridono. Sì ridete ridete.

Erla suona e scrive canzoni, ne ha scritta una in italiano per un’amica. Al tempio esplodono palloni in aria, bollicine di azoto sparso, maleducazione a tratti, kitsch, abiti da sera. Sembrano da funerale. Si sposano invece, dovrebbero smetterla di sfidare la decenza tutte le volte. Alle vecchie non disturba, niente di esoso, è qualcosa che accade nelle loro vite grame, si sposano gli altri, ma succede a un passo da loro, da noi. Mai visto niente del genere forse. Eppure è tutto spaventoso o primordiale, il dopo voglio dire, gli spari avveniristici anche, le acconciature rigide come fili di ferro, le scarpe delle signore che splendono di borchie dai colori acerbi, certi visi spugnosi, macchiati come maschere, o strani ornamenti indossati o le giacche dentro cui gli uomini si ritirano simili a gusci.

Non vedo Erlend, la vecchia mi indica in su, è andato, ok. La vecchia mi dice: devi sposarti. Già fatto, una volta. Lei dice: un’altra volta. Noo macché. Mi capitasse un tizio con il vestito laminato o il bastone, come quello, punto il dito verso l’uomo, lo sposerei. Finita la funzione, lo sposo sale in motoape, furgoncino per la frutta, non smettono di suonare un clacson ingrato. Stiamo tutti a tapparci le orecchie. E che diamine. Alle vecchie non piace quando dico “che diamine”. Vorrebbero invece che mandassi al diavolo qualcuno, ma usando l’altra parolina. Comunque dico alla vecchia che non posso sposarmi finché non trovo uno che mi dedichi qualcosa di artigianale. Come Erlend alla sua amica, una canzone, ci pensate, scritta dal frontman dei King of Convenience.

Niente, non una canzone, una tag sui muri, i writer ne scrivono tante di cose sui muri, tipo: I love Janette. Lascio le vecchie e salgo verso il Duomo, so che ci saranno ancora spose, confido nel pudore e nella buona creanza. Trovo un matrimonio, ma fuori sul sagrato una specie di jam session di rapman o esecutori di balli di gruppo. Mi vergogno da morire. Penso: e mò questi che vogliono fare? Una vera performance, al cospetto degli sposi, niente di che. Musica dagli altoparlanti, droni in cielo. Una razza di coreografa al centro del sagrato, auricolari e braccia che si agitano. Ba. Non credo che mi sposerò ancora. A una certa età ballare la macarena in abito lungo, su una piazza ad esempio piazza Duomo a Siracusa, è un po’ una sconcezza o una schifezza, dipende. No, sono una persona timida. Mesta anche, perché no. Mi vergogno spesso per me e per gli altri. Odio nell’ordine: le tube, i droni, la macarena.