Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore, ministro degli Esteri del governo Monti, cosa significherebbe per l’Unione Europea la vittoria degli indipendentisti nel referendum scozzese?
“L’Europa ha bisogno di stabilità e non di incertezza, specie in questo momento”.

La vittoria del sì fa paura all’Ue.
“Una vittoria del sì sarebbe un problema, un ulteriore elemento di incertezza nel contesto europeo, anche se non da drammatizzare. Di certo l’Europa e l’argomento dell’euro sono molto al centro del dibattito sul referendum. Da una parte gli indipendentisti vogliono separarsi da Londra, ma mantenere la sterlina in un contesto di unità e stabilità monetaria. Dall’altro, l’euro e l’Ue sono utilizzati dagli unionisti come uno spauracchio per spaventare gli scozzesi: se create uno Stato – dicono – e poi volete dar vita ad una unione monetaria con Londra senza una politica di bilancio o fiscale condivisa, sarete sottoposti a tensioni, rischi e turbolenze simili a quelle che agitano la zona euro”.

Argomentazione ragionevole.
“Paul Collier, docente di Economia di Oxford, ha fotografato perfettamente la situazione: è una semplice questione di controllo delle risorse, in primis il gas naturale e il petrolio del Mare del Nord. In caso di vittoria del sì, la distribuzione e la gestione di queste risorse andrebbero rinegoziate”.

In ogni caso una Scozia indipendente starebbe a dimostrare che gli anticorpi dell’Unione contro le tensioni centrifughe non sono ancora abbastanza forti.
“Non parlerei di un’involuzione del processo di integrazione, se è questo che vuole dire. Da almeno 15 anni stiamo assistendo al verificarsi di due fenomeni: da un lato la rinazionalizzazione di alcune politiche, in primis in materia di esteri e di sicurezza; dall’altro diversi localismi sono emersi a tutto campo in ogni angolo del continente. Pensi anche all’Italia: dai noi è in corso da anni il dibattito sulle macroregioni, che è in ogni caso un’idea intesa come strumento per rafforzare l’integrazione”.

In questo momento segnali che provengono da diverse parti del continente mettono in evidenza una tendenza opposta.
“Una vittoria del sì verrebbe certamente intesa come elemento di confronto anche in altri contesti referendari come quello della Catalogna, ma serve un’analisi seria delle premesse politiche, legali, istituzionali e costituzionali. Le cronache che arrivano dal Regno Unito dimostrano che da parte dei protagonisti del dibattito politico, per quanto forte e combattuto sia, ci sia un’assoluta volontà di dialogo. A nessun inglese o scozzese verrebbe mai in mente di uscire dal solco tracciato dalla Costituzione. Anche se vincesse il sì, quello scozzese non sarebbe un fatto rivoluzionario, non giustifica paragoni con altre situazioni”.

I leader filorussi in Crimea hanno già detto che se la comunità internazionale riconoscerà l’indipendenza di Edimburgo, dovrà farlo automaticamente anche con Sinferopoli.
“Lì siamo di molto al di fuori della legalità costituzionale ucraina e internazionale, confermata anche dall’ex Unione Sovietica fin dal 1975. Potrei citarle decine di trattati, dalla Carta di Parigi del 1990 agli accordi di Budapest del 1997, che sanciscono questo principio: le frontiere nel continente non possono essere violate con la forza. La tutela delle minoranze nazionali, poi, ricade ovunque sui singoli Stati a partire dagli accordi di Helsinki”.

I filorussi dicono di essersi ribellati.
“Gli abitanti dell’area di Donetsk e della Crimea non si erano mai ribellati prima di qualche mese fa, prima cioè di sapere di avere un appoggio esterno. Ciò che è avvenuto negli ultimi mesi non ha alcuna giustificazione politica o di altro tipo: non mi risulta che l’Alto Commissariato per le minoranze si sia mai occupato di violenze perpetrate dalla popolazione ucraina alla maggioranza russa che popola quelle aree, come dicono i cosiddetti ribelli”.

Per anni l’espressione più utilizzata da Umberto Bossi dopo “Padania libera” e “Roma ladrona” è stata “Imbracciare i fucili”. Se andassero ora a votare per l’indipendenza, i cosiddetti “popoli padani” cosa farebbero?
“Il 90% voterebbe contro, non ho il minimo dubbio. Sono di Bergamo, conosco la Lombardia e non mai incontrato nessuno che dica ‘c’è la crisi, torniamo al 1821, al 1848 o ad una situazione precedente all’unificazione d’Italia. Nel paese c’è malumore, insofferenza la pratica della corruzione nella classe politica genera esasperazione nei cittadini, ma non si diventa indipendentisti per combattere la crisi o la corruzione”.