Una lettera inviata al Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, al capo delle forze di difesa israeliane (Idf) e al generale in capo all’Aman, l’intelligence israeliana, per dire basta alla “persecuzione politica” nei confronti della popolazione palestinese. Così 43 militari dell’unità 8200 hanno deciso di non prestarsi più a operazioni di raccolta informazioni per Israele usate, scrivono, per “ottenere materiale che colpisce palestinesi innocenti”. La notizia, diffusa dal quotidiano Haaretz, rappresenta l’ennesima denuncia contro l’operato dell’esercito e dei servizi segreti israeliani, dopo le decine di diserzioni avvenute durante l’ultimo conflitto tra Israele e Hamas sulla Striscia di Gaza. La notizia arriva poco prima delle dichiarazioni del ministro palestinese per i Detenuti, Issa Qaraqe, che denuncia la morte di un prigioniero in un carcere israeliano a causa delle torture.

Sono numerose le lettere di abbandono da parte dei militari che fanno capo a Tel Aviv arrivate sulla scrivania del premier Netanyahu e in aumento sono anche le obiezioni di coscienza, come quella del 19enne Udi Segal, per protestare contro le azioni dell’Idf nei confronti del popolo palestinese dall’inizio dell’ultimo conflitto, il 30 giugno, tra Israele e Hamas. Quella dei 43 militari è solo l’ultima di una lista che si aggiorna col passare dei mesi, ma denuncia un’attività di cui non si è parlato molto durante la guerra: quella della raccolta d’informazioni riguardo alla popolazione della Striscia e della West Bank. “I dati e le notizie raccolte vengono usate dall’esercito per persecuzioni politiche nei confronti di persone innocenti e per creare tensioni tra le diverse anime della società palestinese”, scrivono i soldati. Il quotidiano israeliano riporta anche una dichiarazione di uno dei firmatari, Daniel, che spiega i motivi della sua scelta: “Non potevo continuare a fare finta di niente, non ero più a posto con la mia coscienza”.

Pronta è arrivata la smentita del portavoce dell’Idf. I militari fanno sapere che l’unità 8200, come tutte le altre all’interno dell’esercito israeliano, opera secondo standard di addestramento meticolosi e “incentrati sugli aspetti etici, morali e sulle corrette procedure di lavoro”. Per questo motivo, l’ufficiale esclude la possibilità che le informazioni raccolte dall’esercito possano essere utilizzate per perseguitare o minacciare la popolazione palestinese.

Ad alzare i toni della polemica arriva anche una dichiarazione del ministro palestinese per i Detenuti, Issa Qaraqe, che denuncia la morte del 35enne Raed al-Jabari, prigioniero nel carcere israeliano di Eshel nel Negev. Il politico riporta i risultati di un’autopsia effettuata sul cadavere dell’uomo che ha attribuito la morte ai segni di torture individuati sul corpo. Il referto parla di un’emorragia interna e una commozione cerebrale, oltre che di diverse ecchimosi sul volto e sulle labbra. Il ministro lancia l’allarme prigionieri, visto che sono circa 7mila i cittadini palestinesi detenuti nelle carceri israeliani, 2 mila imprigionati solo durante l’ultimo conflitto.