La produzione industriale in luglio è tornata a scendere, sia su base mensile sia annua. La diminuzione è dell’1% su giugno, quando era stato registrato un rialzo, e dell’1,8% nel confronto annuo (corretto per il calendario). Secondo l’Istat è il ribasso annuo più marcato dal settembre 2013, 10 mesi fa. L’indice della produzione industriale torna così indietro di oltre cinque anni, toccando il livello più basso dall’aprile del 2009. Dall’istituto di statistica arriva anche la conferma che l’Italia è in deflazione per la prima volta dal 1959: in agosto i prezzi sono calati dello 0,1% rispetto allo steso mese dello scorso anno. E sono salite a 15 le grandi città in cui il livello dei prezzi sta declinando. Si va da Potenza, Reggio Emilia e Padova, che registrano una riduzione dello 0,1%, fino al -0.8% di Venezia. In mezzo Roma, Perugia, Bologna e Genova (-0,2%), Bari, Trieste, Firenze e Milano (-0,3%), Livorno (-0,5%), Torino (-0,6%) e Verona (-0,7%).

Le difficoltà dell’industria
Una situazione allarmante che emerge anche dal Rapporto sulla competitività in Europa pubblicato dalla Commissione Ue. L’industria italiana ha pagato un prezzo “enorme” a causa della crisi economica, sia in termini di produzione che di perdita di posti di lavoro. La produzione industriale è di circa il 25% al di sotto del livello pre-crisi, un crollo che ha colpito anche settori, come quello degli elettrodomestici, dell’auto e delle calzature, che sono stati a lungo la spina dorsale dell’industria italiana. Difficoltà a cui contribuiscono anche una produttività stagnante e prezzi dell’energia fra i più alti in Europa. Nonostante il costo della crisi, si sottolinea nel rapporto, la manifattura italiana mantiene una percentuale del valore aggiunto del Pil del 15,5%, ancora al di sopra della media Ue (15,1%).

Inoltre il settore manifatturiero è una “fonte essenziale di innovazione e competitività“, che contribuisce per il 70% della spesa privata in ricerca e sviluppo e rappresenta quasi l’80% delle esportazioni. La produzione industriale sta vivendo una ripresa “lenta e irregolare”, trainata dalla fiducia delle imprese, migliorata sulla base della crescita degli ordini per le esportazioni. Ma dal 2011 la performance dell’export è stata “l’unica componente ad aver contribuito positivamente alla crescita”. La produttività, si evidenzia nel rapporto dell’esecutivo di Bruxelles, è rimasta “sostanzialmente invariata, ampliando ulteriormente il divario con i principali concorrenti”. La crescita lenta della produttività “è in gran parte dovuta all’inefficienza nell’allocazione delle risorse”. E se il tasso di investimento in Italia è “paragonabile” a quello di altri Paesi dell’area dell’euro, il livello di efficienza del capitale è “più basso e in calo”. Il rapporto cita anche alcune recenti analisi, secondo cui “una delle cause della modesta crescita della produttività è che le riforme del mercato del lavoro si sono concentrate principalmente sulla flessibilità e hanno trascurato di affrontare le rigidità del meccanismo di determinazione dei salari”. Questo sta producendo “effetti perversi: dal 2000 i salari sono aumentati più in settori dove la produttività del lavoro è cresciuta di meno, e, nel breve termine, l’occupazione tende a muoversi verso settori in cui la produttività del lavoro sta aumentando di meno”. Infine a pesare sulla competitività della manifattura italiana sono i prezzi dell’energia elettrica per gli utenti finali, “tra i più alti in Europa”, a causa di una “combinazione di pesanti tasse e imposte (le più alte in Europa) e di elevati costi di approvvigionamento (i terzi più elevati in Europa)”.