Chi è colpevole dell’assassinio di Daniza, la femmina di orso bruno marsicano che tanto ha fatto discutere e ha tenuto col fiato sospeso gli italiani e gli abitanti delle valli del Trentino meridionale? Credo che prima di tutto bisogna rispondere a una domanda del genere. Quel che ora dobbiamo all’orsa che, suo malgrado, è venuta così tragicamente a contatto con la vita, le faccende e le comunità degli uomini, è prima di tutto giustizia; successivamente se ne razionalizzeranno i motivi, si farà tesoro di quest’esperienza e naturalmente si lavorerà affinché nulla del genere si possa più verificare.

Anche gli animali hanno dei diritti e tra questi il diritto ad avere giustizia, quando i fatti e il drammatico epilogo degli eventi, lo richiedono. E così, in un’estate che ha avuto, come sempre, il triste elenco di fatti di cronaca nera, che hanno tenuto in piedi le pagine dei giornali e sveglio l’interesse della gente, attraverso i vari Bossetti, o il delitto di Garlasco, o con gli scomparsi e gli omicidi camuffati da incidenti, ecco che oggi è dell’inconcepibile assassinio di Daniza che sulle prime pagine dei giornali si scrive e si può leggere. E speriamo lo si faccia non solo per assecondare quell’implacabile bisogno di sentir raccontare di fatti di sangue, ma per chiedere a gran voce che a quello che fu un essere vivente, venga ora riconosciuto che i propri carnefici – colpevoli intenzionalmente o meno – siano assicurati alla giustizia.

Si dirà che si sta discutendo di un bizantinismo, che si sta facendo della filologia. Che importa a Daniza, che è un animale, di avere giustizia? Che importa ai suoi due cuccioli di pochi anni chi è stato ad uccidergli la madre? Che importa a quelle due creature indifese, visto che da più parti si denuncia il loro pratico e dannatamente realistico “essere a rischio della via”, abbandonati a loro stessi e probabilmente incapaci di cavarsela da soli… Che importa di fronte a tutto questo, che ceh Daniza abbia giustizia?

Io dico che è fondamentale! Lo ribadisco, anche se come membro del genere umano, probabilmente la cosa non mi converrebbe. E sì! Perché coloro i quali vorrebbero che sull’orsa diventata famosa perché in origine aggredì un cercatore di funghi di Pinzolo (Trento) e da lì cominciò una fuga di settimane, con l’intenzione di difendere il nido; di quest’orsa, dicevo, sono in tanti che preferirebbero che si parlasse adesso, ci si stracciasse per un paio di giorni le vesti, e poi si gettasse il tutto nel dimenticatoio o, peggio  ancora, in archivio. E sono in tanti quelli che, dovesse mai partire un’inchiesta seria e prolungata, potrebbero risvegliarsi indagati e non solo semplici spettatori.

Siamo in tanti a rischiare, forse tutti. Da una parte e dall’altra della barricata: animalisti, o presunti tali, e strenui assertori del prevalere della legge dell’uomo ovunque, dalle basse pianure sino ai più elevati speroni montani.

Con la morte di Daniza rischia di fallire un principio: che il rispetto, la salvaguardia, ma anche la ricostruzione di un eco-sistema sia possibile, facendo naufragare pure la premessa che tra uomo e animale (qualsiasi sia) la convivenza sia possibile. Invece la presenza di un orso come Daniza, significa che è impossibile ripopolare una certa montagna: quella italiana, oramai antropizzata all’eccesso e senza una via di ritorno. Che senso ha prendersela ciecamente con gli agricoltori, gli allevatori e gli abitanti di quelle valli, legittimamente preoccupati che un animale pericoloso fosse libero di scorrazzare a pochi passi da case, allevamenti e masserizie, col rischio continuo di incidenti? Sarebbe come prendersela con chi, per esempio, è stato vittima di un alluvione, perché è presumibile che la sua casa, in quel punto, non doveva esserci, e lui sia da considerare complice del cosiddetto dissesto idrogeologico del Paese Italia. Nessuno s’è (giustamente) scagliato contro le vittime del Gargano.

Ma dall’alta parte, come commiserare chi ora si scaglia contro i tecnici della Provincia di Trento, contro chi ha voluto la cacciata di Daniza a tutti i costi e ne ha fatto una campagna, addirittura di stampa e politica? Con Daniza muore una vecchia concezione di considerare il rapporto uomo-ambiente e animale per forza, sempre e comunque, sbilanciato a favore del primo. Forse sarebbe da comprendere che rispettare i diritti degli animali – che poi non sono molto diversi ma dannatamente simili ai nostri, e riguardano la libertà di poter vivere, prosperare e riprodursi, il più possibile in armonia col contesto attorno – è il punto di partenza imprescindibile, per poi avviare qualsiasi azione su un territorio, fosse di rigenerazione e ripopolamento naturalistico.

Detto questo torno al concetto iniziale: chiedo prima di tutto giustizia per Daniza e conoscere con chiarezza come sono andate le cose durante quella dannata battuta che avrebbe dovuto semplicemente addormentare la povera orsa e che invece ne ha cagionato la morte. Non voglio che le mie parole si confondano con la generalizzazione: voglio sapere chi ha ucciso Daniza.