“Voglio ringraziare personalmente Luca per quanto ha fatto per la Fiat, per la Ferrari e per me”. Si è consumato in questa breve frase l’ultimo e più lungo “parricidio” di John Elkann, quello di Luca Cordero di Montezemolo che era iniziato poco più di quattro anni fa e costerà alla Fiat 26,963 milioni di euro, 13,71 dei quali pagabili in vent’anni e già previsti da un’indennità fissata nel 2003 e 13,25 corrispondenti agli emolumenti che l’ex presidente di Maranello avrebbe incassato fino a fine mandato, nel 2017,che copriranno il suo impegno a non fare concorrenza al Lingotto fino a quella data. Lo spartiacque dei rapporti tra Montezemolo e il figlio di Margerita Agnelli risale al 2009 quando, bocciata la sposa francese che l’allora presidente della Fiat sognava per il Lingotto, la scelta dell’erede designato di Gianni Agnelli era ricaduta sulla via americana tracciata da Sergio Marchionne. Da lì il lento, ma inesorabile depotenziamento di Montezemolo che fino a pochi anni prima era soprannominato Monteprezzemolo per il suo incredibile accumulo di incarichi: alla presidenza di Confindustria assunta nel 2004 si era poco dopo aggiunta quella di una Fiat ai minimi termini fresca di scomparsa dell’ultimo Agnelli, Umberto. A cascata, erano poi arrivate tutte le poltrone collegate alle due “istituzioni”, incluse le posizioni di rilievo nella stampa nazionale grazie alla presenza nel Sole 24 Ore e, via Fiat, nel patto di controllo del Corriere della Sera, che erano seguite alla presidenza della Federazione italiana editori giornali da lui rivestita dal 2001 al 2004.

Poi il progressivo depotenziamento. Un anno dopo l’operazione Chrysler, Montezemolo passa il testimone della presidenza della Fiat all’erede designato dicendosi ”sereno e soddisfatto” per aver portato a termine il suo ”mandato di traghettatore’ e sottolineando in un colloquio con il direttore della Stampa, il giovano Mario Calabresi che aveva da poco sostituito un altro “grande vecchio”, Giulio Anselmi, che era ”giusto fare un passo indietro”. Con il vantaggio di avere maggiore libertà “di esprimere le mie opinioni” e, soprattutto, di poter “tornare a occuparmi di più della Ferrari”. Poi la profezia sulla “Fiat ha iniziato una nuova sfida che si realizzerà nei prossimi quattro anni”. Tanto più che nell’azienda era stata “costruit una squadra unita in cui ognuno ha svolto il suo ruolo senza perdere tempo in personalismi, conflitti e divisioni. Si indossa una maglia e si va in campo facendo squadra, sapendo che il one man show è finito”. E nei sei anni tra il 2004 e il 2010 per Montezemolo “la squadra” Fiat ha fatto ”esclusivamente il suo dovere”, un dovere di cui “ritengo faccia parte integrante il rendere concretamente possibile l’avvicendamento delle classi dirigenti”, come servirebbe anche nel Paese.

“Marchionne ed Elkann non hanno bisogno di consigli, sanno che l’industria globale deve adattarsi ogni giorno al mutamento, senza soste. Una lezione che l’Avvocato ripeteva a John, e lui l’ha imparata davvero bene”, aveva commentato l’altro storico padrino di Jaki, Gianluigi Gabetti, ricordando che era stato Agnelli ”a plasmare” John: “due temperamenti diversi, ma lo stesso dna sul lavoro”, aveva detto . Dopo ”la morte di Umberto Montezemolo ha garantito la transizione, Marchionne ha aggredito il mercato e Jaki ha garantito la continuità familiare”, era stata la sintesi. Un percorso che Gabetti conosceva molto bene, lui che per aver assicurato agli Agnelli il controllo della Fiat con tutti i mezzi possibili nel 2005, insieme a Franzo Grande Stevens ha vissuto un’odissea giudiziaria con risvolti che datano fino ai giorni nostri. E che, con le lacrime agli occhi, nel 2008 aveva fatto da apripista al ricambio generazionale passando a un Elkann ormai 32enne le redini della cassaforte di famiglia, l’Ifil, oggi confluita in Exor.  ”Ora da gestire non ci sono più le crisi, ma lo sviluppo”, aveva aggiunto ricordando commosso di aver “servito la vostra famiglia, Giovanni Agnelli, Umberto Agnelli e oggi mi accompagnano quegli stessi sentimenti di allora”. 

Montezemolo, per il momento graziato, aveva inviato un saluto a distanza a “un grande amico e una persona di enormi qualità umane e professionali, che ha guidati l’Ifil con lungimiranza ed ha tra i suoi tanti meriti quello di aver saputo al momento opportuno dare la responsabilità a John Elkan”. Poi la dichiarazione d’intenti per Fiat, “un’azienda da quattro C: Crescita, Credibilità, Continuità e Core business”, dove “si continua a lavorare tanto, bisogna sempre guardare avanti, senza dimenticare da dove siamo partiti”. Due anni dopo sarebbe iniziato il suo epilogo che, poco dopo l’abbandono della presidenza Fiat l’ha visto lasciare a Elkann il posto di rappresentanza tra i grandi soci del Corriere, il quotidiano fresco di plateale siluramento di un altro storico “pilastro”, Ferruccio de Bortoli, avvenuto negli stessi giorni in cui Montezemolo veniva espulso dal penultimo presidio, il cda della Fiat ormai pronta per le nozze d’Oltreoceano. Da lì il passo all’uscita dalla Ferrari è stato breve tanto quanto brutale, come prescrive la nuova etichetta italoamericana di Torino. “Se uno non avesse rimpianti sarebbe un pazzo o un presuntuoso. L’importante è non averne troppi. Ce li ho, ma me li tengo per me”, ha commentato Montezemolo che rivendica la decisione di lasciare e, da ottimo incassatore, ha fatto calare il sipario solo dopo aver calcato la scena fino all’ultimo.

Una mossa, del resto, propedeutica a preservare il futuro in Alitalia che ha incluso la partecipazione a un’amichevole conferenza stampa con un Marchionne ormai plenipotenziario di Elkann al punto da mettere la faccia sulla defenestrazione con tanto di dichiarazioni al vetriolo rilasciate alla stampa domenica scorsa. “La prima cosa che viene in mente nel passaggio di testimone al vertice della Ferrari è questo decennio: Montezemolo è l’ultimo degli uomini di Giovanni e Umberto Agnelli, Marchionne è l’uomo nuovo che ha scalzato la vecchia nomenclatura portando la Fiat lontano da Torino e dall’Italia”, ha sintetizzato un grande conoscitore della casata, Giorgio Airaudo, oggi deputato di Sel e a lungo guida della Fiom. “Il piano del lusso – osserva – è l’ultimo piano industriale per l’Italia di Marchionne, lontanissimo dalle 1.400.000 unità di Fabbrica Italia che sedussero il Paese e politici dividendo sindacati e lavoratori. Polo lusso non potrà mai raggiungere quei volumi e che ha bisogno del rilancio Alfa, tallone d’Achille della gestione Marchionne. Se il polo del lusso non decollerà sono a rischio i livelli occupazionali oggi sostenuti della cassa integrazione”.