Portate pazienza, ma Luca Cordero di Montezemolo non ci è mai stato un gran simpatico. Rappresenta un modello di imprenditore che non è il nostro: solo il tempo che deve dedicare alla cura della sua chioma esclude che possa essere concentrato su quello che succede al reparto verniciatura delle sue aziende. Si capisce subito che si era ispirato all’avvocato Agnelli, ma mentre a un figlio o a un nipote non si può dare la colpa di riprodurre lo stile e il modo di essere della famiglia, agli epigoni no, non è concesso copiare anche i difetti. Il suo curriculum imprenditoriale poi è segnato da alcuni successi e da molti insuccessi (Frau, Ballantyne). Ma questo non conta, perché proprio con le sue luci e le sue ombre, Luca ha rappresentato (purtroppo) il sogno medio dell’imprenditore italiano del quale è stato anche il Capo: vestito elegante, apparenza di bella vita, laute prebende a prescindere dai risultati, grande familiarità con la politica e il sottobosco degli affari più che con le fabbriche e i lavoratori. Quindi per un certo verso ben gli sta. Anzi, era ora. Un imprenditore e un capo come Sergio Marchionne, che «si è fatto da sé», prima o poi era destinato a sbarazzarsi di un dandy dai quattro cognomi. Hoc erat in votis. E finalmente l’ha fatto.

Con tutto ciò non possiamo essere felici di questa defenestrazione, o perlomeno credo abbiamo ragione di nutrire qualche inquietudine. In primo luogo perché certamente non si possono ridurre le considerazioni sui manager a questioni di simpatia/antipatia, nonostante un grande capo debba preoccuparsi di far coincidere la forma con la sostanza. Poi perché restano alcuni problemi e altri di nuovi forse se ne aprono.

  1. Il caso della Ferrari. Detto francamente, anche se siamo contro al nazionalismo industriale, ci dispiacerebbe che finisse nelle grinfie di qualche imprenditore straniero, occulto o esplicito. La prossima collocazione del marchio di Maranello alla Borsa di New York acuisce il rischio e Montezemolo, che sa toccare i tasti giusti, per prima cosa, ancor prima di dare le dimissioni, ha detto che «si rischia di far diventare americana la Ferrari». Nelle mani della Fiat Chrysler e di Marchionne questo è un problema serio. Aggravato dal fatto che in ogni caso in Italia non esistono imprenditori che hanno il denaro e le capacità per rilevarla, se fosse necessario.
  2. I problemi della Fiat. È chiaro che il siluramento di Montezemolo rientra in un piano per incrementare i profitti e l’efficienza all’interno del gruppo. È altrettanto chiaro che questi sono gli obiettivi di Marchionne, il quale tuttavia è troppo realista per non sapere che non sempre può mettere in pratica i suoi disegni, perché la volontà della famiglia Agnelli in alcuni casi, può impedirglielo, come nel caso di Rcs. In altre parole, se razionalizzazione della Fiat dovrà esserci, il successo di tali scelte spesso perfino dolorose, sarà subordinato al fatto che l’azione di Marchionne possa andare fino in fondo, senza condizionamenti di sorta. La sopravvivenza stessa della Fiat, ma sopratutto la sua credibilità come impresa globale, dipende dal numero di deroghe che l’Ad che paga le tasse in Svizzera dovrà fare ai principi del mercato e della concorrenza che predica.
  3. L’imprenditoria italiana. La vicenda Montezemolo dovrebbe insegnare – perché questi sono i criteri ai quali si è ispirata – che se un manager non fa bene, viene rimosso. Ma temiamo che questo sia vero solo in parte. Temiamo che la stessa rinuncia da parte di Montezemolo alla Ferrari, più che un amoveatur sia un promoveatur e che a breve, con il consenso della politica e della grande imprenditoria italiana, ce lo ritroveremo a capo di qualche altra grande azienda, come appunto capita quando qualcuno dimostra di non essere molto capace e subito gli si dà un premio. L’imprenditoria italiana è ancora troppo legata a schemi clientelari e collusivi che impediscono ai veri manager capaci e indipendenti di essere alla guida delle imprese, e lascia troppo spazio a uomini bravi solo a reggere il filo delle collusioni con la politica e tra le imprese, inadatti a perseguire gli interessi del Paese, degli azionisti e dei consumatori. Se la vicenda Montezemolo non è l’inizio di un’opera di pulizia tra i manager italiani vuol dire che anche in questo caso qualcuno non ha capito che dalla recessione non ne usciremo mai.