“Sto tornando in Burundi, alla mia età e con un fisico debole e limitato, che non mi permette più di correre giorno e notte come prima. Interiormente però credo di poter dire che lo slancio e il desiderio di essere fedele all’amore di Gesù per me concretizzandolo nella missione è sempre vivo”. Era il primo ottobre del 2013 quando Lucia Pulici, alla vigilia della partenza per l’Africa, parlava della sua vita da missionaria, tutta dedicata al prossimo e soprattutto alle popolazioni più deboli in paesi lontani. Una vocazione che la notte del 7 settembre ha portato la missionaria saveriana e le altre due consorelle Olga Raschietti e Bernardetta Boggian a trovare tragicamente la morte a Kamenge, nella periferia di Bujumbura, nella casa parrocchiale di San Guido Maria Conforti dove prestavano servizio. Tre vite spezzate che erano state quasi tutte trascorse lontano dalla casa madre a Parma, ma che in città, dove le Saveriane di Maria hanno sede stabile e dove le missionarie di tanto in tanto facevano ritorno per curarsi e per portare la loro esperienza e testimonianza, raccontando la loro vita in Africa al fianco dei bisognosi, hanno lasciato un segno profondo.

Dopo la diffusione della notizia, messaggi di cordoglio sono arrivati dalla comunità religiosa della diocesi di Parma, dal sindaco e dai parlamentari parmigiani, e lunedì sera tanti cittadini che in questi anni hanno avuto contatto con questa presenza sommessa ma così viva in città, si sono stretti intorno alla congregazione, riempiendo la chiesa della loro sede per ricordare con commozione le suore scomparse improvvisamente. “Davanti a tragedie così ci sono solo il silenzio e la preghiera”, ha detto la direttrice generale delle Saveriane, Giordana Bertacchini, di fronte alla foto delle tre missionarie sull’altare, ritratte insieme e sorridenti in missione. “Il nostro cuore è lacerato, facciamo fatica a sopportare tanta violenza, ma le parole delle nostre sorelle scomparse ci invitano a non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola”.

Lucia Polici, originaria di Desio, nel milanese, avrebbe compiuto 75 anni proprio il giorno successivo a quello in cui è stata uccisa, dopo che a luglio aveva appena festeggiato i 50 anni della sua professione missionaria. Dopo i voti, era partita a 21 anni per il Brasile, poi per l’Amazzonia e lo Zaire (oggi Congo), sempre operando come ostetrica e infermiera al servizio dei più poveri. Poi, nel 2007, la chiamata a Kamenge, in Burundi, dove anche se le sue condizioni non le permettevano più di esercitare la sua professione, svolgeva la propria missione come presenza spirituale, curando e assistendo gli ammalati.

Una vita che si è incrociata spesso con quella di Olga Raschietti, che da poco aveva compiuto 83 anni. Da Montecchio Maggiore nel vicentino, a 22 anni era entrata nelleAm“Ha amato l’Africa intensamente, vivere con quella gente era la sua gioia – hanno raccontato le consorelle – Anche se le forze erano diminuite e non era più giovane, è voluta partire lo stesso”.

Una scelta compiuta anche dalla terza missionaria uccisa, Bernardetta Boggian, aggredita in un secondo agguato, dopo che lei stessa aveva trovato i corpi senza vita delle sue compagne. Aveva 79 anni ed era originaria di Ospedaletto Euganeo. Anche nel suo passato c’è un’intensa attività pastorale in Congo, fino alla partenza, nel 2007, per la terra dove ha trovato la morte in modo così efferato. “A questo punto del mio cammino”, scriveva nell’agosto 2013, tornando dal Burundi, “continuo il mio servizio ai fratelli africani, cercando di vivere con amore, semplicità e gioia”.

Martedì nella cattedrale di Parma, con una messa in suffragio celebrata dal vescovo Enrico Solmi, l’intera città ricorda le tre missionarie, che proprio lo scorso anno erano tornate tutte insieme nella casa madre di Parma per salutare le consorelle e portare la propria testimonianza alla comunità di origine. Nonostante la loro età e le condizioni di salute non più ottimali, tutte e tre le donne erano volute tornare in missione in Africa, per continuare a servire i più deboli, come hanno fatto per tutta la vita. Come si legge sul sito delle Saveriane, “malgrado l’avanzare dell’età, la fragilità della salute, erano tornate con fede e passione in terra d’Africa, credendo che anche i ‘cinque pani e due pesci’ delle loro ridotte forze poteva essere un dono per la popolazione e per il regno di Dio”.