Dieci, venti profughi fra i mille ripescati ogni giorno in mare sono tagliagole senza pietà, cellule feroci alla conquista dell’Europa. Italia e Vaticano in pericolo. Per difendere la democrazia aiutiamo le polizie a catturare le ombre dell’Islam. Siate egoisti, fatevi del bene. Allarme in un certo senso raccolto dai parà della Folgore. Nel cortile della caserma di Siena cantano una vecchia preghiera fascista: “Veniamo dall’inferno/e andremo in paradiso/bombe a man/le carezze col pugnal”. Caccia senza respiro ai terroristi di orribile volontà. Con qualche dubbio. Ogni parola rappresenta mondi complessi e la fermezza che li rassicura può condannare ingiustamente realtà trascurate dall’emergenza.

Settant’anni fa marciavano gli stivali di Hitler, la parola “ebreo“ richiamava il delirio del distruggere un popolo. Oggi l’Islam dei califfi apre un problema di coscienza che fa slittare il linguaggio nella sfera delle condanne senza appello. Gli strumenti sono lì: rete globale dei social network, giornali, radio, Tv. Si imbuca e via. Esistono vari modi per spogliare la dignità delle persone, il peggiore è associare popoli e religioni alla criminalità dei rabbiosi. E centomila assassini marchiano un miliardo e mezzo di musulmani. L’integralismo sunnita separa la religione dal potere; l’integralismo sciita la riunisce nella promessa dell’eternità anche se qualche emiro non rinuncia alle convenienze del diventare socio Alitalia e finanziare le stragi degli irriducibili. Dopo l’assassinio del giornalista James Foley, il pericolo jihadista suona l’allarme sulla manipolazione dei giovani musulmani nei suburbi delle nostre città.

Famiglie destrutturate, emarginazione culturale, lavori precari, diffidenza che avvolge abitudini incivili per la nostra civiltà. Senza contare la stravaganza dei problemi che le migrazioni di chi scappa da fame e paura possono suscitare. Anni fa, gli operai della Renault – algerini, pachistani, iracheni – erano ferocemente divisi sul giorno d’inizio del Ramadan: sincronizzarlo al fuso del paese di provenienza o unificarlo nell’ora di Parigi?

Intanto le analisi sfumano sulle responsabilità dell’Occidente e l’impunità delle guerre ispirate agli affari. Se il controllo del petrolio impone silenzi che nessun G8 o G10 o G20 ha mai pensato di smascherare, l’impadronirsi delle risorse indispensabili alla buona salute delle Borse si traveste da esportazione di un tipo di democrazia che interpreta in modo bizzarro i così detti diritti umani. Democrazia in Vietnam, diossina che brucia boschi e città. Nelle urne trasparenti di un museo di Saigon galleggiano piccoli mostri, due teste, quattro gambe, effetto dell’agente orange. Deforma i figli dei bambini che l’hanno respirato 40 anni fa. Non solo Usa e capitalismo: Cina e comunismo pompano petrolio nel Sudan, alleati economici del dittatore Al Bashir, accolto a Pechino con onori da regina Elisabetta, non importa l’ordine di cattura internazionale per il massacro di 250 mila oppositori. Dopo mesi di allarmi, Obama condanna il genocidio delle bandiere nere solo quando si avvicinano al petrolio del Kurdistan. Prima non se n’era accorto, strategia che accomuna le economie avanzate all’immensità dell’Islam.

Poche voci musulmane hanno condannato lo sterminio. E dopo il tiro al bersaglio di Gaza, Netanyahu dichiara “terra di Stato” 400 ettari espropriati ai palestinesi attorno a Betlemme. Costruirà una città per sistemare i coloni arrivati dalla Russia. L’Onu non metta naso. Immagino la reazione indignata degli amici ebrei d’Europa e delle Americhe. O si nascondono nel silenzio musulmano?

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Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2014