Il “ti amo” di Anna Falchi all’allora fidanzato Ricucci. Gli apprezzamenti di Moggi junior per Ilaria d’Amico. Qualche nome di soubrette finito sui giornali perché citato al telefono. E poco altro. Bastano due mani per contare le polemiche che si sono accese negli ultimi vent’anni a seguito di fatti privati che, pur riguardando persone estranee alle indagini, sono stati pubblicati insieme alle intercettazioni delle inchieste. Un numero di casi limitato se confrontato con gli oltre 180 milioni di “eventi telefonici” che secondo l’Eurispes vengono registrati ogni anno in Italia su mandato delle procure, con un numero di utenze telefoniche intercettate pari a circa 140mila (e bisogna tenere conto che in genere ogni singolo indagato ha più numeri sotto controllo). Eppure il nuovo bavaglio di stampo renzian-alfaniano parte proprio da qui: il divieto di trascrizione delle conversazioni sugli atti giudiziari (e di conseguenza sui media) se non per riassunto, che diventa divieto assoluto, anche in riassunto, per le conversazioni dei terzi, ovvero di coloro che non sono indagati. Per la politica è una priorità, un punto irrinunciabile nell’estenuante contrattazione sulla riforma della giustizia. Ma fuori dai dibattiti di Palazzo, la priorità del tema è tutt’altro che evidente. 

Su questo punto i retroscena danno per raggiunto l’accordo tra Ncd e Pd, fatta salva la facoltà lasciata al pm di disporre diversamente caso per caso, per verificare l’esistenza di notizie di reato. Resta al momento da capire se la stretta uscirà già dal consiglio dei ministri di oggi o se verrà rinviata in autunno, dopo l’incontro annunciato da Renzi con i direttori dei giornali. E resta da capire se la spinta di Ncd e Forza Italia riuscirà a ottenere addirittura l’obbligo di usare solo per riassunto tutte le conversazioni intercettate, anche quelle degli indagati. Ci risiamo col bavaglio, insomma. “Le intercettazioni e la loro pubblicazione – ha tuonato il Mattinale di Forza Italia – invece di informare deformano e tagliano la testa alla reputazione della gente, che non c’entra o è innocente fino a prova contraria”. Fa niente se poi, andando a contarle, il numero di volte in cui ci è andata di mezzo la reputazione di persone estranee alle indagini è limitato. E’ successo per i messaggi d’amore che nel 2005 Anna Falchi spediva a Stefano Ricucci, uno dei “furbetti del quartierino” finito sotto inchiesta per la scalata di Antonveneta. La loro pubblicazione causò la reprimenda del garante della privacy e un anno dopo le scuse dell’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, il primo a ideare un disegno di legge passato alle cronache come “legge bavaglio”.

L’amore, la passione. O semplici flirt. Sono sempre loro al centro dei casi di conversazioni che non sarebbero dovute finire sui giornali perché non rilevanti per l’interesse pubblico. Accadde anche nel 1996, quando le cronache diedero conto delle avance di Alessandra Necci, figlia dell’allora numero uno delle Ferrovie dello Stato Lorenzo, verso il banchiere Francesco Pacini Battaglia, indagato dal pool di Milano (“Hai visto come sono sexy?”). Intercettazioni depositate dai pm per essere a disposizione della difesa. O citate nelle richieste di arresto dei pm e nelle ordinanze dei gip, come è successo ai tempi dell’inchiesta della procura di Perugia su Vallettopoli a Maria Monsè, starlette finita la centro delle attenzioni di Salvo Sottile, all’epoca portavoce di Gianfranco Fini. Nei verbali di quella inchiesta venne citato anche il portavoce di Prodi, Silvio Sircana: Fabrizio Corona parlava al telefono con un paparazzo del suo pedinamento nella notte in cui si era fermato in auto davanti a un transessuale.

Ilaria D’Amico s’è trovata il suo nome pubblicato nel 2006 perché era l’obiettivo dei corteggiamenti di Alessandro Moggi, il figlio di Luciano, che intercettato per Calciopoli raccontava al telefono come la giornalista gli avesse dato buca, nonostante tutto il suo impegno: “Ho speso 10mila euro per portarla a Parigi, ho preso un aereo privato, albergo di lusso, ristorante favoloso”. La stessa D’Amico, però, chiarì in una puntata di Exit: “Certo, mi ha dato fastidio, ma non per questo chiedo il bavaglio alle intercettazioni”. 

Polemiche anche l’anno dopo, quando furono pubblicate le intercettazioni in cui Silvio Berlusconi raccomandava alcune attrici ad Agostino Saccà, in quel momento responsabile di Rai Fiction. Il Cavaliere commentò sostenendo di aver “solo dato una mano a trovare lavoro a qualcuno che non l’aveva” e parlò di “volontà di gogna e di gettare fango su chi parla al telefono”. Argomentazioni anti pm riproposte qualche anno dopo nell’ultima polemica sui rischi di intercettare persone estranee alle indagini. Protagoniste, questa volta, le “cene eleganti” di villa San Martino. “Sono stati intercettati per mesi in maniera sistematica – si lamentò a inizio 2011 Berlusconi – tutti coloro che hanno osato varcare il cancello della mia residenza privata di Arcore, come se essere ospiti del Presidente del Consiglio costituisse di per sé un grave indizio di reato”. Peccato che in quel caso il reato contestato (per il quale l’ex premier è stato poi condannato in primo grado) fosse il favoreggiamento della prostituzione in relazione a quelle stesse “cene”. Dunque aspetti penali e aspetti privati finirono inevitabilmente per coincidere. 

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