Enzo Baldoni, pubblicitario e collaboratore del settimanale Diario, moriva dieci anni fa, rapito e ucciso dall’Esercito islamico in Iraq. Ma ancora le polemiche sulla sua morte non si sono sopite. Restano aperti, in effetti, tre fronti. Il primo è il comportamento di Maurizio Scelli, allora commissario della Croce rossa italiana. Il secondo è l’attività dei servizi di sicurezza, allora inquinati dalla cricca di Pio Pompa. Il terzo è il ruolo di una parte della stampa, che denigrò Enzo e si fece strumento della disinformazione. Oggi Scelli minaccia addirittura di querelare la moglie di Enzo, Giusi Bonsignore, che ha osato ricordare in un’intervista a Repubblica che il commissario Cri “diffuse notizie false che volevano Enzo in giro alla ricerca di interviste impossibili”.

Eppure è esattamente quello che Scelli ha fatto. Enzo fu rapito venerdì 20 agosto 2004, mentre era alla guida di una colonna della Croce rossa italiana: grazie alla sua vecchia amicizia con il capo missione a Baghdad, Beppe De Santis, era riuscito a convincerlo a portare aiuti alla popolazione di Najaf assediata dagli americani. Durante il viaggio di ritorno, un’esplosione bloccò la sua auto. La colonna della Cri proseguì, per non esporsi tutta al rischio di un attacco, mentre Enzo fu rapito. Ma Baldoni, capocolonna, era sotto la bandiera considerata più sicura al mondo. Scelli lo sapeva, benché non avesse dato la sua autorizzazione alla missione. Eppure lunedì 23 agosto, tre giorni dopo il rapimento, quando all’obitorio di Iskandariya era già stato trovato il corpo senza vita dell’autista di Baldoni, Ghareeb, Scelli dal Meeting di Rimini dichiarava: “Il fatto che non ci fosse il corpo di Baldoni, induce a pensare che Baldoni sia da un’altra parte. Auguriamoci che sia in giro a fare quegli scoop che tanto ama” (Ansa, 23 agosto, ore 17,37).

Sulla stessa lunghezza d’onda una parte della stampa, capifila Vittorio Feltri e Renato Farina, che vanno avanti giorni su Libero a ironizzare sotto titoli come “Vacanze intelligenti” e “Il pacifista col kalashnikov”. Su Repubblica, il 22 agosto, Luca Fazzo scrive che “se Baldoni riapparisse, dice uno degli uomini che in queste ore si stanno dannando per salvarlo, sarebbe lui a doverci qualche spiegazione”. Un paio d’anni dopo abbiamo capito: era al lavoro il Sismi di Niccolò Pollari, con l’ufficio disinformazione di via Nazionale guidato da Pio Pompa, con a libro paga anche l’agente “Betulla”.

Quando Enzo fu ucciso, il 26 agosto, la denigrazione orchestrata dai servizi si trasformò in intossicazione informativa: i giornali, sotto dettatura, scrissero di un video (inesistente) in cui Baldoni si ribellava ai suoi rapitori, finendo ucciso, proprio mentre gli uomini del Sismi “si dannavano per salvarlo”. “Un’autorevole fonte dei servizi segreti” racconta all’Ansa che la liberazione di Enzo sembrava cosa fatta, ma poi “tutto è precipitato per un fatto imprevedibile avvenuto in loco”. Chissà quale. “Betulla” è più fantasioso, riesce a descrivere il video che non ha visto e che non c’è: “Verso le 18 di giovedì, alla scadenza dell’ultimatum, Enzo viene bendato… Baldoni si strappa la benda, getta la kefiah palestinese che gli avevano messo indosso. E si batte… Mentre Enzo si contorce e grida, gli sparano alla schiena, alla testa”. Poi l’efficienza di Scelli, che si era affidato mani e piedi a un ex ufficiale di Saddam, Abu Karrar, si dimostrò nella ricerca del corpo: i resti furono consegnati alla famiglia soltanto sei anni dopo, dal Ros. Ma ora, passati dieci anni, chi sa dovrebbe parlare. I nuovi (?) servizi di sicurezza potrebbero diradare le ombre. Renzi, che ha annunciato di voler far luce sui grandi misteri d’Italia, potrebbe diradare almeno il piccolo, doloroso mistero della morte di Enzo.

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Dal Fatto Quotidiano del 28 agosto 2014