L’ultimo colpo di pedale l’ha dato ieri sera, nella sua Toscana. Alfredo Martini si è spento a 93 anni, ventidue dei quali vissuti da commissario tecnico dell’Italbici. Due decenni splendidi per il ciclismo azzurro, quelli dei sei trionfi mondiali. Da Francesco Moser campione a San Cristobal fino alla doppietta di Gianni Bugno nel ’91 e ’92 sulle strade di Stoccarda e Benidorm. In mezzo gli assoli di Giuseppe Saronni (’82), Moreno Argentin (’86), Maurizio Fondriest (’88), oltre a sette argenti e altrettanti bronzi.

Una pioggia di medaglie con un solo filo conduttore: un uomo d’altri tempi, rispettato e amato da tutto il movimento, fine stratega con grandi capacità di dialogo e un forte carisma. Grazie a tutto questo Martini era riuscito a mettere insieme personalità distanti e rivali come Bugno e Chiappucci o, prima, Moser e Saronni. Per scrivere pagine indelebili del ciclismo italiano, che lo sentiva ormai come un papà capace di portare generazioni di corridori sul podio mondiale, scegliendo la tattica giusta nel giorno in cui tutto si decide. “Fino all’ultimo respiro ha continuato a seguire il ciclismo, che ha sempre inteso, praticato e insegnato come una vera e propria scuola di vita – il commento del presidente della Federciclismo, Renato di Rocco – per noi è come perdere un capitano, il faro, il punto di riferimento di sempre”.

Perché da sempre Martini era un uomo in bici. Nato il 18 febbraio 1921 a Firenze, il babbo del ciclismo italiano inforca la prima bicicletta a 7 anni. Per non separarsene più. Esordisce nel ’41, poi la guerra bussa alle porte ma il ‘citì’ non si ferma. Combatte la Resistenza salendo sul monte Morello insieme al comandante Aligi Barducci, prima di riprendere l’attività agonistica nel ‘46. Più di un onesto gregario ma non un campione, in un’era dominata da Coppi, Bartali e Magni, nel Giro d’Italia del 1950 Martini veste la maglia rosa per un giorno, vince una tappa nella sua Firenze e chiude terzo in classifica generale. È il miglior risultato nella grande corsa a tappe, dove ha comunque concluso nelle prime dieci posizioni dal ’46 al ’51.

Sono gli stessi anni nei quali riesce a vincere sette gare, tra cui il Giro del Piemonte e il Giro dell’Appenino (“La mia più bella vittoria, dopo 200 chilometri di fuga”, raccontò in un’intervista). Si ritira a 37 anni, stanco e colpito da un’ulcera. E dal ciclismo si allontana per undici stagioni. Nel 1969 torna nel mondo delle due ruote, iniziando la sua inarrestabile ascesa come tecnico. Tre anni come direttore sportivo alla Ferretti – dove vince il Giro d’Italia ’71 con lo svedese Gösta Pettersson – e due alla Sammontana. Poi dal ’75 diventa commissario tecnico della nazionale e sotto il suo comando l’inno di Mameli suona in Venezuela, Gran Bretagna, Stati Uniti, Belgio, Germania e Spagna. Quando scade l’ultimo mandato, nel ’98, la sua figura è così rispettata che viene nominato supervisore delle nazionali e presidente onorario della Federciclismo.

“Con Martini se ne va l’ultimo dei grandi testimoni di un’epopea che ha reso il ciclismo uno degli sport più popolari in Italia”, ricorda il presidente del Coni Giovanni Malagò. Cos’era il ciclismo degli anni ’40 e ‘50 l’aveva raccontato lui stesso nel 2011, quando davanti ai giovani spiegò con un aneddoto cosa significhi pedalare: “Il ciclismo presenta una grande generosità. Un giorno mi trovai Fausto (Coppi, nda) vicino e gli dissi incautamente: ‘Vuoi bere, Fausto?’. Lui rispose sì e gli diedi la borraccia. La tentennò un po’ e mi disse: ‘Ma se ce ne hai un cucchiaio…’, e me la rese. Per me fu un colpo, pensai che ero stato un cretino. E andai a finire in fondo al gruppo, avvilito. Ed ecco scaturire la generosità: Coppi, al quale portavano in continuazione borracce fresche, venne a trovarmi e mi disse: ‘Tieni questa, è bella fresca. Me la renderai quanto starai meglio’. Ecco cos’è il ciclismo, ecco cos’è la generosità”. Un sport d’altri tempi tratteggiato dal ct migliore di sempre. Da oggi il ciclismo azzurro dovrà far meno della sua anima.

Twitter: @AndreaTundo1