L’elevato debito pubblico impone al governo italiano la necessità di conseguire avanzi primari che viaggino alla stessa velocità dei tassi di interesse pagati sul debito. Per fare ciò le strade sono due: ridurre la spesa pubblica o aumentare il gettito fiscale. La prima opzione è sicuramente la più percorribile dato il già soffocante carico fiscale che grava su famiglie e imprese. Non è tuttavia facile restringere la spesa, ne danno testimonianza le varie commissioni sulla spending review succedutesi negli ultimi anni, le quali tutte si sono scontrate (compresa l’ultima commissione Cottarelli) con l’opposizione della classe politica di turno. L’aspirazione alla rielezione è ciò che vanifica il lavoro delle commissioni, svuotandole del loro potere una volta che l’appoggio politico viene meno. In questo contesto aggravato da livelli di crescita anemica, la possibilità di reperire nuove entrate mantenendo costante il livello di tasse e spesa pubblica, potrebbe essere una soluzione “veloce” e soddisfacente.

È qui che si innesta il discorso sulla legalizzazione delle droghe leggere, come strumento di rinforzo al gettito fiscale. C’è da precisare che l’utilità non si ravvisa solo in termini di maggiori introiti per lo Stato, poiché le droghe leggere entrerebbero a far parte del computo effettivo del Pil, facendo emergere buona parte di quel Pil sommerso, ora presente solo sui registri delle organizzazioni criminali.

I modelli utilizzati ed i benefici

La maggiore difficoltà parlando appunto di attività illegali, sta nella mancanza di dati ufficiali sui quali si possa basare un’analisi fedele e corretta degli eventuali benefici di questa proposta.Tuttavia si possono comunque fare delle stime sulla base di modelli già utilizzati per altri contesti internazionali (tra i più accreditati Miron and Waldock e Kilmer, Caulkins, Pacula, MacCoun and Reuter).

Prendendo in considerazione il metodo già utilizzato da Miron (2006) per il caso Usa:

BBL=E+T*QL

si può stimare il costo fiscale del proibizionismo (BBL) scorporandolo in: spesa per il proibizionismo (E) e costo opportunità per le imposte non riscosse sulle vendite (T*QL); dove T rappresenta l’aliquota di imposta ottimale e QL le vendite legalizzate.

La spesa pubblica per l’applicazione del proibizionismo è a sua volta somma di tre componenti:

E=Ep+Ec+Ej

le quali rappresentano rispettivamente il costo sostenuto per le forze dell’ordine Ep, magistratura Ec e carceri Ej.

Secondo l’analisi svolta dall’Università di Roma La Sapienza , nell’arco temporale 2000/2005 le spese totali (E) sarebbero quantificabili in 13 miliardi di euro (più di 2 miliardi di euro l’anno) di cui solo l’8,4% attribuibile alle spese di magistratura.

Considerando una “sin tax” (un’aliquota ottima capace di creare un livello di tassazione in grado di contenere i consumi ed al tempo stesso di non ricreare le condizioni del mercato nero) del 75% l’Università ha stimato una perdita di incassi per l’erario pari a 47 miliardi di euro (8 miliardi l’anno).

Considerando il modello preso in considerazione, sommando le spese sostenute per l’applicazione del proibizionismo (2 miliardi l’anno) ed entrate non riscosse (8 miliardi) la perdita secca per il nostro governo è stata di circa 10 miliardi l’anno.

Costi

Naturalmente una proposta di questo tipo presenta anche dei costi con il quale fare i conti (ben sintetizzati nell’articolo di Centorrino, David e Ofria) legati soprattutto alla regolamentazione del mercato delle droghe leggere e all’aumento dei costi sanitari dovuti al consumo (in realtà come dimostra il caso olandese An economic perspective on the legalisation debate:the dutch case i costi sanitari sono abbastanza contenuti dovuti principalmente ad un migliore controllo sulla qualità, inesistente nei mercati illegali). A questo va aggiunto che nel modello esaminato precedentemente il recupero di risorse dovuto alle minori spese dovute al proibizionismo va preso con cautela. Di certo non ci si può aspettare che le forze dell’ordine e i sistemi carcerari, scompaiono dopo l’abolizione del proibizionismo. Il recupero delle spese come precisato nell’articolo Effetto cannabis sui conti pubblici si può compiere solo nel medio-lungo termine.

Conclusioni

Dal lato della finanza pubblica la legalizzazione del mercato delle droghe leggere sarebbe significativa sia dal lato della crescita economica, che dall’aggiustamento del bilancio, con duplice miglioramento sul rapporto debito/Pil.

Prendendo spunto dal lavoro di Becker, Grossman e Murphy (2006), nel caso delle droghe lo strumento della tassazione è più efficiente rispetto alla proibizione negli scambi. In Italia questo metodo è già utilizzato per controllare altre droghe (alcolici e tabacchi), in particolare il mercato delle sigarette subisce un particolare controllo fiscale senza che abbia dato vita a sistemi di contrabbando significativi.

In un periodo in cui le difficoltà di uscita dalla recessione si acuiscono ed urge la necessità di mettere in ordine i conti pubblici, la legalizzazione e regolamentazione del mercato delle droghe leggere potrebbe essere un’arma utile per incassi strutturali senza ricorrere all’aumento del gettito fiscale.