L’accordo in Forza Italia è stato fatto. Se la situazione economica dovesse precipitare, a settembre, nelle intenzioni degli Azzurri, potrà nascerà il primo governo targato Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. È questa la strategia studiata al microscopio da Villa San Martino e dintorni. Una strategia messa nero su bianco in un pranzo organizzato la scorsa settimana nella Capitale, cui hanno preso parte nell’ordine: i capigruppo Paolo Romani e Renato Brunetta, Maurizio Gasparri in rappresentanza degli ex An, Maria Rosaria Rossi, Denis Verdini, Maria Stella Gelmini e Giovanni Toti. E non importa che sia il premier, sia il ministro per le Riforme dalle colonne del Corriere della Sera smentiscano categoricamente il futuro ingresso di Forza Italia al governo: “Siamo due mondi separati”, dice Maria Elena Boschi.

“Si tratta solo di tattica, senza i nostri numeri il governo andrebbe a sbattere, e farebbe proprio la fine del governo Prodi“, bollano alcuni forzisti del primo rango. Insomma l’incubo settembre è dietro l’angolo. Perché da settembre i possibili nemici dell’esecutivo Renzi si aggireranno in ogni angolo dei palazzi del potere, in ogni provvedimento, in qualunque gruppo parlamentare. Dissidenti interni, alleati e opposizioni proveranno a imbrigliare Palazzo Chigi, non soltanto sulla riforma costituzionale o su quella della legge elettorale, ma anche su temi delicati come quelli della giustizia e del lavoro. E i numeri, al momento, non sono dalla parte dell’esecutivo. L’attuale maggioranza, quella con dentro gli alfaniani, i fuoriusciti del partito di Vendola, e i cespugli centristi, ha uno scarto risicatissimo a Palazzo Madama, e potrebbe perdere pezzi a Montecitorio perché alcuni alfaniani sarebbero intenzionati a tornare all’ovile, in Forza Italia.

Mentre la “maggioranza istituzionale“, con all’interno i berlusconiani, quella ha messo a segno l’approvazione in prima lettura della riforma del Senato, potrebbe colmare questo gap. In uno scenario, quest’ultimo, che legherebbe ancor di più l’esecutivo agli umori del condannato Silvio Berlusconi. Prima, però, il premier dovrà evitare fibrillazioni eccessive che si annidano all’interno del Partito democratico. Del resto, basta leggere quanto mette a verbale con ilfattoquotidiano.it il senatore democrat Miguel Gotor per comprendere lo stato dell’arte: “Il cosiddetto Italicum va cambiato in punti qualificanti e su questo spero ci sia l’impegno di tutto il Pd prima, e poi della maggioranza di governo. Sulla riforma del Senato Forza Italia ha dimostrato sì di essere determinante, ma la legge elettorale che non è una legge costituzionale ma una legge ordinaria, è consigliabile che sia discussa nel Pd e nella maggioranza. Qui c’è una contraddizione, è questo il nodo politico”.

Gotor promette battaglia, e insieme a lui una fronda trasversale che investe diverse anime dem: “Dal punto di vista della rappresentatività le soglie di ingresso devono essere modificate. Per quale ragione? Nel momento in cui tu hai una sola Camera, è bene che sia il più rappresentativa possibile. Del resto provare a cancellare per legge milioni di voti, e l’Italicum ha una soglia dell’8% per i partiti non coalizzati, è un errore perché ciò che il Parlamento non rappresenta si scarica nella società in tensione e conflitti”. Ma c’è una seconda questione, stando alla versione del senatore bersaniano: “Nel momento in cui hai un Senato di secondo grado, cioè indiretto, non puoi avere una Camera di nominati. No, no, alle liste bloccate è la posizione di tutto il Pd e del Renzi delle primarie, e del Renzi della campagna elettorale. Bisogna restituire il diritto di scelta ai cittadini”.

Un “diritto”, però, che dovrà pur sempre passare dalla centralità politica di Silvio Berlusconi. Il quale non desidera affatto la reintroduzione delle preferenze, e l’ha lasciato intendere anche nel recente incontro di mercoledì scorso con il premier. Un incontro che si sarebbe concluso con una sparata dell’inquilino di Palazzo Grazioli: “Se in autunno dovesse arrivare una decisione della Corte europea sulla legge Severino, la riabilitazione sarebbe piena e mi potrei candidare alla Presidenza della Repubblica”. Pare che a quel punto sia calato il silenzio al secondo piano di Palazzo Chigi. Ma l’ex Cavaliere, assicura chi lo conosce, ci crede per davvero.
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