Viva il genio italiano
La vera storia dei quattro amici che hanno ideato le soluzioni per recuperare la Concordia

Alla fine ci si sono messi il primo ministro con le scarpette tricolori, la parata dei potenti, ognuno a lasciar intendere che era merito suo se la Concordia era tornata, se era rimasta in Italia per portare lavoro. E poi quella folla come nelle grandi occasioni, in piedi dall’alba sulla spiaggia per accogliere la nave. Come se la Concordia non fosse in fondo una bara, una gigantesca bara, dove giace ancora il corpo di un uomo. Questo rischia di rimanerci negli occhi della grande parata del 27 luglio. Un groviglio di emozione e fastidio. Ma non sono state le fanfare e i discorsi a girare come un fuscello il colosso di 290 metri, di 115mila tonnellate di stazza, a rendere galleggiabile un ammasso di acciaio e lamiere che non è più una nave.

Dietro c’è una piccola storia, una di quelle che sembrano inventate apposta per essere raccontate la sera ai bambini. E invece è tutto vero: perfino quei primi calcoli buttati giù su un tovagliolo di carta in una trattoria della Marina di Ravenna. Così è nato il più grande recupero della marineria mondiale. Una storia di uomini in carne e ossa, di amicizia. Di genio, quella dote tipicamente italiana che nonostante tutto non abbiamo perso. Che è fatta di fantasia e improvvisazione, ma anche di competenza e di serietà. E di fiducia reciproca. Amicizia, appunto. Il recupero della Concordia, ma non solo. C’è anche la storia di piccoli e grandi inventori, di ieri e di oggi, che hanno realizzato i loro sogni.

Ma sul Fatto del Lunedì troverete anche un viaggio nell’ufficio brevetti, lo scrigno delle invenzioni e dei sogni. Gli altri articoli del Lunedì:

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