Fosse un hashtag sarebbe #benvenutoTwitter. Già perché a otto anni dalla sua fondazione, Twitter ha messo piede anche in Italia. Non è un fake: da anni vi scervellate a stare in 140 caratteri, ma solo a maggio di quest’anno quell’icona ha preso ufficialmente forma, partita Iva e sede nel Belpaese. L’ha fatto – forse anche per rispondere alla già scomparsa “web tax”- attraverso una società a responsabilità limitata – la Twitter Italia Srl– con sede a Milano e con un capitale sociale di 10mila euro.

Per gli utenti già abituati al marchio dei pensierini l’atterraggio non è una novità. Per il fisco, invece, è una piccola rivoluzione, dal momento che -dal prossimo anno – potrà avere, per la prima volta, un seppur parziale quadro dell’attività del social network. Qualcosa di più di un tweet, ovvero sia un bilancio. L’idea che fino ad oggi – quanto meno in Italia – la regola di Twitter fosse il non averne è sorprendente, specie per una realtà multinazionale candidata in passato addirittura al Nobel per la pace (amministrazione Bush), dichiarata “incubo della tirannide” (Los Angeles Times) o indicata quale carta vincente delle campagne elettorali. Nel suo libro “L’ingenuità della rete” (Codice edizioni) Evgeny Morozov fece economia dell’incenso: “Ogni nuovo articolo o libro su una rivoluzione via Twitter non è un trionfo dell’umanità -scriveva- è un trionfo dell’ufficio marketing di Twitter”.

Sta di fatto che nel solo trimestre aprile-giugno 2014 Twitter Inc. ha realizzato 312,2 milioni di dollari di ricavi -l’85% dei quali derivante da pubblicità- anche se la perdita è stata di 144 milioni. Ma il mercato ha accolto con favore il superamento della soglia di 270 milioni di utenti attivi al mese. Sul versante italiano tocca attendere il 2015 per poter valutare i risultati del primo esercizio della succursale (ricavi, costi, utili e imposte), ma già oggi è possibile farsi un’idea di massima sulla natura e l’oggetto sociale del vettore divenuto “attivo” agli occhi della Camera di Commercio di Milano nella metà del giugno 2014.

Alla casella “socio unico” c’è la Twitter International Company, che ha sede a Dublino, in Irlanda, mentre Laurence Peter O’Brien e Vijaya Venkata Gadde rivestono la carica di amministratori (il primo come presidente e il secondo come membro del cda). Nessun dipendente e una chiara attività prevalente: “marketing”. La sede legale (presso lo Studio TDL tributario e del lavoro) è la stessa della concorrente Facebook Italy Srl, succursale del social network di Mark Zuckerberg nata nel luglio del 2009. Identici anche  il capitale versato (10mila euro) e la struttura societaria. Anche se la Facebook global holdings II LLC, socio unico della filiale italiana, ha sede nel Delaware.

L’analisi del bilancio 2013 di Facebook Italy consente, ancora una volta, di aver chiara la modalità di “fare impresa” dei padroni dell’economia digitale. Che è ben diverso da quello degli imprenditori che eventualmente investono denaro per le inserzioni pubblicitarie. Alla voce “ricavi”, infatti, la succursale italiana di Facebook nel 2013 ha toccato “solo” quota 3,8 milioni di euro, riferiti per la quasi totalità a “servizi prestati, in dipendenza di rapporti contrattuali in essere con Facebook Ireland Limited per la fornitura di servizi marketing per il Gruppo Facebook”. L’italiana, quindi, non fattura l’attività (o il proprio business) nel Paese, ma si accontenta delle royalties riconosciute dalla sovraordinata irlandese, che ha un trattamento fiscale ben diverso. Risultato: Facebook nel 2013 ha pagato imposte al fisco italiano per 112.368 euro.

Lo stesso principio vale per Google e la sua Google Italy Srl, posseduta al 100% dalla Google International LLC (Delaware, Stati Uniti). Dei 49 milioni di euro di ricavi del 2013 ben 47,5 milioni hanno preso un volo irlandese, come contropartita alla fornitura di “servizi di marketing e di ricerca e sviluppo per Google Ireland Ltd”.

Che sia questa la strada scelta anche da Twitter? Abbiamo chiesto agli interessati, ma senza successo. Dall’ufficio stampa di Twitter Italia non è stato però possibile ottenere informazioni dettagliate sulla struttura italiana (“non posso farla parlare con nessuno” riferiscono telefonicamente dalla milanese TT&A), quanto una generica indicazione del neo “country manager”, Salvatore Ippolito (ex Italiaonline, già nel board Audiweb). Che nella Twitter Italia Srl non ricopre alcun incarico. 

di Duccio Facchini