Da qualche giorno si discute della proposta di Google Tax avanzata da Francesco Boccia (Pd). La misura è stata trasbordata in tutta fretta dai binari di un treno a scartamento ridotto – la legge delega fiscale – su quelli del bolide della legge di Stabilità, in corso di approvazione. Una scelta di tempi che da un lato segnala la volontà di lasciare il segno nel dibattito pubblico, e dall’altro il desiderio di fare cassa qui e ora. A essere inciso sarebbe un mondo, quello degli “over-the-top” (Ott), che è molto diversificato al proprio interno e di cui è nota la straordinaria abilità nel combinare elevati fatturati e bassi livelli impositivi. Singolare asimmetria, tipica di soggetti “apolidi” come Google, non riguarda la sola Italia, dove Google e Amazon nel 2012 hanno pagato appena 6 milioni di imposte. In Inghilterra, per esempio, tra il 2006 e il 2011 Google ha generato ricavi di oltre 12 miliardi di sterline, ma ha pagato solo 10,6 milioni di imposte societarie.

Colpire l’Iva o la rete? La proposta di Boccia – che impone di avere una partita Iva a chi vende prodotti in Italia via web – dà il segno delle due grandi lobby che dominano il dibattito sugli Ott in Italia: gli editori lamentano la perdita di pubblicità causata o accelerata dagli Ott, Telecom Italia il massiccio utilizzo “a scrocco” dell’infrastruttura di rete da parte degli Ott, che non contribuiscono se non indirettamente al suo sviluppo. La Google Tax di Boccia rischia di togliere dal tavolo dei possibili interventi altre ipotesi. Come quella ipotizzata dalla task force francese sulla tassazione digitale. Secondo il gruppo di lavoro parigino, gli Ott sono troppo diversi tra loro per colpire solo pubblicità o vendita online. Cosa hanno in comune Skype e Google, Facebook e Netflix? La loro natura di “sovrastruttura”, cioè l’utilizzo di Internet un’unica piattaforma indifferenziata su cui costruire i propri servizi. I francesi ragionano quindi su una tassazione basata sul consumo dell’infrastruttura di rete, concetto mutuato in parte dalla fiscalità ambientale e dal principio della proporzionalità delle imposte rispetto alle emissioni.

Come la pensa l’Italia? A Roma la discussione risente dei tempi sincopati della nostra politica e rammendi fiscali. Con ogni probabilità nel breve termine è già possibile tassare gli Ott con l’attuale, vastissimo arsenale di norme fiscali, dove spiccano gli istituti della “stabile organizzazione” e quella dei “prezzi di trasferimento”. Questo eviterebbe il ricorso frettoloso a nuove cervellotiche forme di imposizione, col rischio di vedersele bocciare da Bruxelles. Molti Ott sono già stati raggiunti nel recente passato da verifiche fiscali da parte di Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza. Insomma: nell’immediato esistono già dei rimedi per evitare perdita di gettito.

Molto più che aziende. Nel medio periodo, invece, vale la pena riflettere sul fatto che gli Ott assomigliano sempre più a istituzioni pubbliche che a realtà private. Come ricorda Carlo Alberto Carnevale Maffé nella prefazione all’edizione italiana di Google-Story, la nascente “Repubblica di Google” ha vissuto la sua rapida espansione nel welfare-state per i propri cittadini- utenti, a cui offre un numero sempre maggiore di servizi universali: mappe e archivi, supporti per la salute e l’educazione, servizi postali e di telecomunicazione, sistemi di pagamento e piattaforme di intrattenimento televisivo. Come tutti gli Stati, anche Google chiede tasse: non a suon di F24, bensì con lo sfruttamento economico delle “esternalità del comportamento umano”, al centro anche dei lavori della task force francese sulla tassazione dell’economia digitale. Non stupisce dunque che i dati in possesso dei grandi Ott siano originati sempre meno all’interno della sfera pubblica – registri, informazioni cliniche, imposte – e sempre più spesso all’interno dei potentati degli Ott, dove ogni preferenza è analizzata per divenire oggetto di cessione a controparti affamate di informazioni. Il potere dell’ “aristocrazia informativa” californiana è immenso. La visita dell’ad di Google in visita diplomatica in Corea del Nord testimonia la rilevanza globale degli Ott e il loro potere, sempre più reale e meno virtuale. Amazon ha poi appena annunciato il conio della propria valuta virtuale, e uno dei suoi fondatori ha rilevato il Washington Post – icona dell’establishment informativo occidentale. Fino a ieri, non era impossibile far confessare a un ministro dell’economia un marcato fastidio per la razza dei banchieri, “aristocrazia venale” dotata di un potere spesso superiore a quello del politico di turno. Chissà se oggi i ministri delle finanze sarebbero altrettanto sprezzanti verso i californiani in T-shirt e infradito. A giudicare dalle norme, forse manco hanno capito cosa è in gioco.

di Francesco Galietti

da Il Fatto Quotidiano del 13 novembre 2013