Fuori dalle università molto presto, comunque prima del previsto. La proposta (che si appresta a diventare legge) di mandare in prepensionamento i professori delle facoltà italiane ha scatenato la polemica fra il governo e il mondo dell’università. Da una parte il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia, che sostiene il provvedimento come un colpo al potere dei baroni e una chance importante di turn-over nel personale; dall’altra, docenti e rettori preoccupati delle ripercussioni sulle proprie carriere, ma anche sulla qualità dell’insegnamento nelle facoltà italiane.

Le norme contestate sono contenute nel decreto Pa che l’esecutivo sta approvando alla Camera in queste ore. E già questo è primo motivo di discussione, perché – come ha ricordato Stefano Paleari, presidente della Crui – si tratta di “un’impropria tendenza all’omologazione del sistema universitario con la Pubblica amministrazione” (passibile forse persino di incostituzionalità, secondo la Conferenza dei Rettori). Ma è sul merito delle misure che si combatte. Il testo presentato dal governo prevede il pensionamento d’ufficio a 68 anni per i professori universitari (inizialmente si era parlato addirittura di un tetto di 65 anni, che sarà valido invece per i medici ospedalieri, mentre per i ricercatori si scende fino a 62 anni).

Si tratta solo di una possibilità a cui le varie università potranno ricorrere in maniera discrezionale (e che comunque non dovrebbe interessare chi non ha maturato i 42 anni e tre mesi di anzianità contributiva previsti dalla legge, nessuno su quel fronte dovrebbe essere penalizzato). Nondimeno, l’allarme fra le associazioni di categoria è massimo. “Rischia di essere una catastrofe”, commenta a IlFattoQuotidiano.it Paolo Manzini, vicepresidente del Cipur (Coordinamento Intersedi Professori Universitari di Ruolo): “Ottomila docenti possono essere messi in pensione da un giorno all’altro. È vero che parliamo solo di una possibilità, ma tante facoltà in difficoltà economica potrebbero essere tentate di ricorrervi. Così fosse, chi andrà in corsia negli ospedali, chi terrà i corsi? Il rapporto studenti/docenti nelle facoltà italiane è già tra i più alti in Europa”.

Il provvedimento viene definito dal Cipur “privo di senso“, perché rischia di mettere in grave difficoltà l’Università. E perché non tiene conto di quello che è il particolare percorso dei docenti universitari: salvo casi eccezionali (e raccomandazioni), in Italia la costruzione della carriera universitaria è lunga, quasi estenuante, si arriva in alto molto tardi (a volte addirittura a 60 anni); assurdo, quindi, essere mandati via poco dopo aver raggiunto l’obiettivo di una vita. “Si svilisce la figura dell’accademico e si danneggiano le facoltà”, sintetizza Manzini.

La portata deflagrante del decreto, in realtà, dovrebbe essere attenuata da una serie di norme di salvaguardia introdotte nelle ultime ore. Innanzitutto, l’innalzamento della soglia d’età a 68 anni, per quello che il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, definisce “una soluzione di compromesso soddisfacente per tutti”. Poi alcune clausole, come l’obbligo di motivare il provvedimento di prepensionamento e di garantire il mantenimento dei livelli di servizio. Il Miur è anche riuscito ad ottenere che le risorse liberate dalle uscite di personale vengano vincolate all’assunzione di nuovi docenti. “Sono delle ancore di salvataggio, ma abbastanza deboli. Tutti paletti facilmente aggirabili”, commenta Manzini, che ammonisce anche su un ulteriore rischio: “Il provvedimento potrebbe essere un pericoloso strumento di ritorsione nelle mani dei rettori, per liberarsi di professori sgraditi con la scusa del prepensionamento”.

Per queste ragioni il mondo dell’università è in rivolta. Anche se si è già rassegnato ad accettare il provvedimento. “Abbiamo parlato con molti parlamentari, ma il governo ha posto la fiducia sugli emendamenti, e approverà il testo così com’è. Né c’è da sperare che modifiche significative arrivino al Senato. Protestiamo e protesteremo, ma purtroppo ci siamo trovati di fronte a un muro”, conclude Panzini. “Vorrà dire che il governo si prenderà la responsabilità di questo decreto e delle sue conseguenze sull’università italiana”.

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