Per un governo che nei fatti e non solo a parole voglia occuparsi di lavoro e prendere di petto la piaga della disoccupazione, ieri dovrebbe aver suonato un ulteriore campanello d’allarme. Perché Eurostat ha appena diffuso una eloquente elaborazione statistica sul lavoro degli stranieri in ciascuno dei paesi dell’area Ue-28 e riferita all’anno scorso.

Nel complesso, il tasso di occupazione dei cittadini europei (68,9%) è nettamente superiore a quello degli immigrati extra Ue (56,1%). Così come il tasso di disoccupazione dei cittadini immigrati da stati non europei (21,3%) è addirittura più del doppio di quello relativo ai nativi nei 28 paesi considerati (10%). Nel panorama europeo l’Italia è però in controtendenza avendo un primato di cui c’è ben poco da vantarsi. Perché è l’unica nazione tra quelle industrializzate, nella quale il tasso di disoccupazione dei cittadini stranieri è inferiore a quello dei cittadini italiani. I nostri numeri, nel confronto con quelli di alcune tra le principali economie europee, fanno venire i brividi.

Si pensi che in Germania, dove il tasso di occupazione tra i “tedeschi doc” di età compresa tra 20 e 64 anni è pari al 78,7%, gli immigrati non europei che lavorano sono il 58,5%; in Francia il rapporto è 70,6 contro il 48,6; nei Paesi Bassi 77,3 e 50,5; in Svezia addirittura 81,3 e 50,2. Perfino nella Gran Bretagna, terra di contaminazione etnica e razziale per eccellenza, gli inglesi occupati sono sensibilmente superiori (75,4 contro il 61,9) agli immigrati extra UE. Finanche in Spagna, dove il tasso di occupazione è molto simile al nostro, gli immigrati lavorano meno degli spagnoli (50% in confronto al 59,5%).

Da noi, al contrario, tra gli immigrati non Ue il tasso di occupazione (60,1%) è maggiore, seppur di poco, a quello dei cittadini italiani (59,5%).

Ciò, nonostante e come rilevato nel “Rapporto Annuale 2014 – La situazione del Paese” redatto da Istat, la crisi abbia colpito proporzionalmente in maniera più pesante il lavoro straniero di quello italiano. Con la conseguenza che tra il 2008 e il 2013, il tasso di occupazione degli immigrati si è ridotto di almeno 9 punti. Questo a fronte di una riduzione inferiore a 3 punti registrata sul totale del lavoratori, italiani e stranieri. Basti considerare che nel nostro Paese, nonostante tra il 2008 e il 2013 gli stranieri occupati siano aumentati di 246 mila unità tra gli uomini e di 359 mila tra le donne, il tasso di occupazione degli stranieri ha segnalato una dinamica negativa in tutti gli anni della crisi, con una accentuazione a partire dal 2012.

È difficile trarre conclusioni, vista la complessità del tema prospettato dall’analisi di Eurostat. È del tutto evidente, però, come nel dato italiano sul rapporto tra occupati nazionali e occupati stranieri pesino i livelli altissimi raggiunti dal tasso di disoccupazione giovanile, di poco inferiore al 45% e addirittura più di 5 volte superiore a quello tedesco. C’è da chiedersi perché i nostri ragazzi facciano così fatica ad entrare nel mondo del lavoro, nonostante siano sempre più attrezzati sul piano formativo. Mettiamo da parte le leggende metropolitane sulla “mammonaggine” o sulla scarsa adattabilità dei nostri giovani a contesti lavorativi umili. L’impressione, suffragata dal fatto che chi può ed ha coraggio sufficiente, scappa all’estero, è che l’Italia sia sempre meno accogliente per chi cerca lavoro qualificato. E che gli spazi nel mercato del lavoro a favore di chi ha investito anni della propria vita in studi universitari e specializzazioni post-accademiche si siano pesantemente ridotti.

Basta guardarsi attorno, nella sola cerchia di amici e famigliari per toccare con mano la cruda realtà. Fatta di ingegneri che vanno a fare i tecnici specializzati in fabbrica, di laureati in economia che lavorano come ragionieri, di laureati in lettere che smistano la posta, di aspiranti avvocati che fungono da segretari intelligenti, di farmacisti costretti a fare gli agenti di commercio. Come se ne esce? Innanzitutto rottamando e ricostruendo l’ossatura industriale del Paese. Ma come dimostra la destrutturazione dei capisaldi democratici in atto, a quanto pare le priorità renziane sono ben altre.

Twitter: @albcrepaldi