Dal Tesoro assicurano che si tratta solo di una “svista”, un errore che risale all’insediamento del nuovo governo. Fatto sta che lo strumento-bussola che doveva servire a monitorare i trasferimenti dello Stato per far fronte ai crediti delle imprese è fermo, incredibilmente, da quattro mesi. “Il prossimo aggiornamento è previsto per il 23 aprile 2014” si legge sul sito del Mef appositamente dedicato al pagamento dei debiti delle amministrazioni pubbliche. Ma la verità, forse, è un’altra. Il buio sui pagamenti effettivi è anche un modo per non smentire l’ottimismo che il presidente del Consiglio Matteo Renzi sparge da mesi su un tema che nel frattempo è esploso, diventando emergenza per l’economia del Paese, fardello intollerabile sulla ripresa, ferita aperta alle regole del mercato e ai principi dello Stato di diritto, zavorra che affonda il debito pubblico. Difficile, per chi ha promesso tanto, spiegare che a fronte di tutto questo un credito su due è ancora da pagare.

L’ultima fotografia è dunque quella relativa alle azioni dei governi precedenti, i decreti Monti (dl 35/2013) e Letta (102/2013) relativi ai debiti accertati al 31 dicembre 2012, per i quali sono stati messi sul piatto 47 miliardi di euro da erogare nel biennio 2013-2014. Racconta che di quella massa finanziaria immessa nel circuito delle pubbliche amministrazioni è stata pagata una quota pari a 23,5 miliardi, altrettanto (22 miliardi) era da pagare nel 2014. Delle liquidazioni successive non si ha più notizia. Le slide bollinate dal Ministero si sono fermate, in barba alle buone pratiche di trasparenza ed efficienza. Da allora, fa sapere il Mef, a fronte di 56.839 milioni di euro stanziati, i pagamenti effettivi registrati ammontano oggi a 26.139 milioni. In pratica la metà dei crediti esigibili al 31 dicembre 2013 è ancora tutta da saldare. Le sole liquidazioni spendibili, in altre parole, sono ancora riferibili alle azioni dei precedenti governi. Da quello incarica sono piovute invece sopratutto promesse. “Paghiamo tutto entro luglio”, annunciava mesi fa il capo del governo. Anzinò, entro settembre. E ora che siamo vicini all’ennesima scadenza, è partita la caccia al Tesoro per trovare i 31 miliardi che servono a tenere fede all’ultima promessa: pagare tutto entro due mesi. 

La bomba dei debiti e l’esplosione degli annunci
Il fatto è che su su via XX Settembre sembra si sia abbattuta la “bomba” Renzi. Impossibile, anche per i tecnici del Mef, star dietro ai proclami del nuovo presidente del Consiglio. Matteo Renzi ne ha collezionati una serie, salvo procrastinarli di mese in mese. Premier da tre giorni, a Ballarò annunciava che “La Cassa Depositi e Prestiti in 15 giorni permetterà di sbloccare i 60 miliardi che sono bloccati per i debiti della P.A”. Due settimane dopo, all’uscita da un Cdm, confermerà lo sblocco “immediato e totale dei debiti della P.a”, ma per i 22 miliardi già stanziati dal governo Letta, mentre altri “68 miliardi li pagheremo entro luglio”. Cioè cinque mesi dopo rispetto al primo impegno. Ma non è poi un problema, perché il giorno dopo Renzi cambia poltrona e versione. Da Bruno Vespa torna sul tema, procrastinando lo sblocco al 21 di settembre. “Per San Matteo, ultimo giorno d’estate, se ci riusciamo lei va in pellegrinaggio a piedi da Firenze a Monte Senario”, dirà al conduttore.

Tra i debiti scaduti nel 2013 uno su due è ancora da pagare
Mercoledì scorso, in audizione al Senato, il ragioniere generale dello Stato Daniele Franco ha diffuso però alcuni numeri che confermano il ritardo nelle liquidazioni delle fatture. Tra il 2013 e 2014 (vedi Tavolo 1) sono stati stanziati 56,8 miliardi di euro, le risorse assegnate sono state pari a 43,1 miliardi e quelle rese effettivamente disponibili 30, cioè il 63% del totale. I pagamenti effettuati sono stati invece pari a 26,1 miliardi di euro. In pratica, meno della metà dello stock di debito accumulato nel 2013 è stato pagato, anche se i soldi (teoricamente) sono disponibili. “Nei prossimi mesi ci sarà un aumento significativo dell’entità pagata”, ha spiegato Franco, conteggiando in 75 miliardi lo stock del debito pregresso (per la Banca d’Italia erano 91, ma il dato contiene anche i debiti non scaduti). 

Sarebbe ingiusto, tuttavia, dire che il governo in carica è rimasto con le mani in mano. Ha approvato il decreto n. 66/2014, il Dl Irpef, che porta non tanto soldi quanto una serie di strumenti per offrire ai creditori in crisi di liquidità un’alternativa all’incasso diretto, come la garanzia dello Stato sui debiti di parte corrente e la disponibilità della Cassa depositi e prestiti (Cdp) a fare da compratore di ultima istanza per favorire la cessione immediata di crediti agli intermediari finanziari. Va anche riconosciuto il tentativo (fallito) di farsi sentire in Europa per sottrarsi al cappio del patto di stabilità che non permette di saldare i debiti in conto capitale perché incidono sul debito pubblico (che è arrivato, anche per effetto delle prime restituzioni alle imprese, al record di 2.166 miliardi). Lunedì, poi, il ministero dell’Economia firmerà con associazioni di rappresentanza delle imprese, Abi, amministrazioni pubbliche e la stessa Cdp un “protocollo di impegni” sulle misure da attuare per accelerare i tempi a due mesi dalla scadenza del 21 settembre.

Infrazione&fatturazione
Intanto si è aperto un fronte con l’Europa sui tempi lunghi di pagamento delle fatture da parte delle amministrazioni italiane. Un problema che Renzi dava per risolto il 28 marzo scorso, con tweet: “Debiti Pa? Problema risolto dal 6 giugno con fatturazione elettronica a 60 gg”. Ma tale non era, tanto che una decina di giorni dopo (il 18 giugno) l’Europa ha aperto contro l’Italia una procedura d’infrazione per i tempi di pagamento delle sue amministrazioni che si trascinano ben oltre il limite dei 30 giorni previsto dalla direttiva comunitaria che pure abbiamo recepito un anno fa. Nessuno ci ha messo mano e l’Italia è finita nel mirino di Bruxelles. Uno smacco pesantissimo per il governo della velocità e del cambiamento, che proprio allora si preparava a guidare il semestre europeo. Tale da indurre i suoi esponenti di punta a distrarre l’attenzione pubblica dalla polvere sui debiti al polverone su Antonio Tajani, il commissario uscente reo d’aver remato contro il suo stesso Paese per fini elettorali, essendo candidato alle europee con le liste di Forza Italia. “E’ mosso da motivi politici”, accusa il ministro Delrio (Ansa 18/06/2014) e la procedura stessa per il sottosegretario Sandro Gozi è “una bolla di sapone e una strumentalizzazione politica”. Sarà lo stesso Tajani, allora, a ricordare i plurimi avvertimenti che aveva messo sotto il naso del governo. “La verità è che l’Italia e’ stata avvisata in ogni modo: tutto inutile. Perciò mi sembra strano che Padoan si dica ora sorpreso”.

Problema risolto. Anzi no, tra un anno (forse)
La fatturazione elettronica annunciata via twitter però non ha ancora risolto nulla. A ben vedere non è neppure farina del sacco di Renzi, ma di Enrico Letta. La stessa piattaforma che la rende possibile è stata predisposta con legge n° 244 del 2007 (dunque sette anni fa) e regolamentata ulteriormente con il decreto ministeriale n° 55 del 2013. E’ stato Letta, il 29 gennaio scorso, a ufficializzare l’obbligo per le imprese che lavorano con la Pa di utilizzarla, facendo divieto alle amministrazioni di pagare le fatture dei fornitori che non vengono inserite nella piattaforma digitale. Al di là dei dubbi meriti, il problema resta. Il 6 giugno scorso è scattato infatti l’obbligo solo per ministeri, agenzie fiscali ed enti nazionali di previdenza. Gli altri enti nazionali e locali possono ancora accettare (e pagare) fatture emesse o trasmesse in forma cartacea perché l’obbligo per loro scatta solo dal prossimo anno. Soppesando la massa debitoria delle due categorie sull’intero stock, si capisce che il problema è solo rimandato. Renzi, fanno notare dal Mef, ha però impresso un’accelerazione. Bene, ma di quanto? L’obbligo che doveva intervenire entro giugno 2015 scatterà il 31 marzo 2015, cioé soltanto due mesi prima della scadenza già stabilita.  
Farina del governo in carica sono invece le disposizioni che aumentano le sanzioni in caso di registrazione di ritardi nei pagamenti superiori a 90 giorni nel 2014 (e 60 dal 2015). Prevedono riduzioni nei trasferimenti erariali ma anche blocco delle assunzioni di personale, compresi i rapporti di collaborazione e i contratti di somministrazione, anche qualora siano in corso processi di stabilizzazione di personale precario. Così, a pagare lo scotto dei ritardi saranno i lavoratori più che gli amministratori ritardatari.