Abidjan (Costa d’Avorio) – All’ombra, accovacciata sotto la tettoia dell’atrio coperto della Casa di Accoglienza di Soleterre ad Abidjan, la madre della piccola Andrea impasta in un pestello di legno banane e manioca schiacciandole con un lungo bastone. La madre di Laetitia e altre donne le stanno vicino. Chiacchierano tra di loro. Sembra un’immagine ritagliata dalla memoria di un’Africa antica e pacifica. Dal cortile che si stende sul retro della casa arrivano forti le note di una musica ritmica. C’è una piccola festa oggi qui. Ragazze ballano ridendo. Con loro balla scatenata anche Laetitia. Balla timida Andrea, la bambina che nell’ospedale di Treichville sembrava aver smarrito per sempre il sorriso. 

“Sette euro amico. Tutta notte venti euro”. Miseria e guerra. Guerra e miseria. Il binomio inscindibile che a molte non ha lasciato altra scelta se non quella di prostituirsi. Una sanguinosa guerra civile ha infiammato la Costa d’Avorio dal 2002 fino al 2011 e ancora oggi gli ultimi focolai non sono ancora spenti. Come dietro ai tumori per i rifiuti tossici ci sono gli interessi di grandi multinazionali quali la Trafigura, dietro alla guerra ci sono quelli geopolitici ed economici delle grandi potenze occidentali, come nel caso della Costa d’Avorio, quelli neocoloniali della Francia, interessata a garantirsi il proseguo del monopolio sullo sfruttamento delle risorse del paese.

È difficile quantificare il numero di bambini-soldato impegnati in questa guerra. Ancor più difficile è quantificare quello delle bambine-soldato. Ma siamo nell’ordine delle decine di migliaia. Bambine-soldato, non soltanto schiave sessuali dei miliziani delle varie fazioni, ma combattenti vere e proprie armate di machete e Kalashnikov che hanno ucciso e sono state uccise. Arruolatesi per sfuggire alla fame o perché rapite e costrette a compiere crimini orribili nei loro stessi villaggi: ammazzare genitori, parenti o, per le bambine, uccidere una donna incinta allo scopo di assicurarsi che non avrebbero più potuto fare ritorno e che quindi non avrebbero tentato di fuggire dai loro carnefici. Trasformate in carnefici a loro volta. Traumatizzate dalle loro stesse azioni, rifiutate dalle loro famiglie e dalle loro comunità che le temono e le disprezzano. Una volta posate le armi queste ragazze sono divenute il rifiuto tossico della guerra, sversandosi nella discarica già colma della prostituzione.

La festa nella Casa di accoglienza continua. Continua la musica. È poco al di là del confine di questa allegria che non arriva a coinvolgerle, che le incontriamo: Ashley, certamente un nome falso e la sua amica che il nome non ce l’ha, nemmeno falso. Sono donne ora ma quando combattevano erano poco più che ragazzine. Hanno accettato di raccontarci di loro. Sono venute qui per questo. Ashley ha un’uniforme addosso: nera, sulle spalline, sotto le due zanne di elefante incrociate emblema delle forze armate regolari della Costa d’Avorio, spiccano i gradi argentati da sergente. Ai piedi anfibi pesanti, sugli occhi occhiali scuri riflettenti, un casco corto di capelli raccolti in treccine le nasconde in parte il viso. Non è finita a battere il marciapiede lei. Dalle forze ribelli di Alassane Ouattara, divenuto presidente del paese nel 2010 dopo la sconfitta e l’arresto del suo avversario e predecessore Laurent Gbagbo, è passata direttamente alle forze regolari.

Andiamo in una delle stanze della Casa di Accoglienza. Controluce è ora soltanto una sagoma nera. Inizia a raccontare. “Mi chiamo Ashley. Ho cominciato la guerra nel 2003 a Katiola”. Ha una voce roca con un timbro quasi metallico, meccanico, ripetitivo. Non cambia di tono neanche quando parla di ciò che l’ha spinta ad entrare nel movimento dei ribelli: “Eravamo appena arrivati ad Abidjan dal Nord, io e mio fratello. Una pallottola in testa. Lo hanno ucciso sotto i miei occhi”. Da lì in poi è un elenco di luoghi di battaglia. “Da Katiola ad Abidjan. Abbiamo continuato su Yaossehi, Faitai, Sogefia, fino al sedicesimo quartiere dove abbiamo fatto i rastrellamenti”.

I “rastrellamenti”, una parola che in Costa d’Avorio evoca scene tremende di esecuzioni sommarie, stupri, mutilazioni a colpi di machete. Perché Ashley? Perché hai ancora addosso un’uniforme da soldato, le vorremmo chiedere. Non facciamo domande. Ma Ashley risponde lo stesso “È il mio lavoro. So come si smontano e si montano le armi. Ho già ucciso molte persone quindi non potrei più fare altro lavoro a parte essere militare. So maneggiare le armi, potrei essere un malvivente, preferisco essere un soldato”. L’uniforme di Ashley non pare fatta di stoffa ma di cemento. Solidificata, pietrificata sul suo corpo magro, asciutto e nervoso. Una crosta dura che le nega, con cui lei si nega, ogni forma femminile. Finito di raccontare Ashley si toglie gli occhiali scuri mentre salta giù dal bordo della scrivania. La mascella contratta, la bocca serrata, il naso camuso come quello di un pugile. Ma nel suo sguardo, sotto le sopracciglia aggrottate, un lampo di curiosità infantile della bambina che era brilla per un attimo solo. Che subito Ashley, rimettendosi le lenti scure, lo soffoca nel buio.

Anche la Senza Nome parla. “Sono solo una ex combattente”. Quasi che quel “solo” definisse tutta la sua identità. Narra un racconto dell’orrore. Uomini bruciati vivi nei copertoni, trafitti con forbici e coltelli, cadaveri gonfi abbandonati per le strade. “Decisi di far fuggire la mia famiglia a Ovest. Avevo diciannove persone a carico. Il viaggio costava 12mila franchi a persona. Avevo un piccolo risparmio, le banche chiudevano i battenti, ho fatto appena a tempo a ritirare i soldi e comprare il biglietto per tutti”. Senza Nome accompagnò i suoi alla stazione di Adjamè. I suoi familiari riuscirono a partire ma Senza Nome restò in quell’orrore. Restò per prendere le armi. “Ho finito”. Il suo racconto si interrompe bruscamente qui, come una pellicola che si strappa a metà proiezione. Non dice di sé soldato, di sé vittima, ma anche artefice di quei massacri. Anche stavolta è soltanto uno sguardo che parla. Non rivolto a noi. Rivolto ad Ashley. Lo sguardo di Senza Nome si riflette sulle lenti scure degli occhiali di Ashley e si spegne nel loro buio.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 luglio 2014