Se l’Ilva dovesse fallire le garanzie ci saranno per le banche, ma non per gli operai. È una delle novità introdotte dall’ultimo decreto “salva Ilva” approvato poche ore fa dal Consiglio dei ministri. È stato il premier Matteo Renzi, nel corso della conferenza stampa, ad accennare che il “il decreto Ilva è stato approvato”, ma non “nella forma che avevo visto sui giornali e che era stata proposta”. Non ci sarà infatti lo sdoppiamento del commissario: resta confermata la struttura esistente, che prevede un subcommissario ambientale a coadiuvare il commissario straordinario Piero Gnudi. Nella nuova versione del decreto, quindi, ci sono esclusivamente “la riorganizzazione dei tempi di risanamento” e le garanzie per il prestito ponte delle banche: il testo afferma che “l’impresa commissariata” può chiedere “di essere autorizzata a contrarre finanziamenti, prededucibili” per “porre in essere le misure e le attività di tutela ambientale e sanitaria ovvero funzionali alla continuazione dell’esercizio dell’impresa e alla gestione del relativo patrimonio”. La prededuzione, in parole semplici, è una garanzia che viene offerta alle banche coinvolte (Intesa, Unicredit e Banco Popolare) sul credito erogato. Per rassicurarle sul fatto che le somme concesse per il risanamento della fabbrica di Taranto, la continuazione delle attività e il pagamento di stipendi e premi di produzione non andranno perse. I crediti prededucibili, infatti, in caso di liquidazione dell’attività sono i primi a essere ripagati.

Quanto ai tempi per completare le operazione previste dall’Autorizzazione integrata ambientale, il decreto afferma che “trattandosi di un numero elevato di prescrizioni con interconnessioni critiche”, entro il 31 luglio 2015 dovrà essere attuato “almeno l’80% delle prescrizioni in scadenza prima di quella data”. Resta invece invariato “il termine ultimo già previsto del 4 agosto 2016 per l’attuazione di tutte le altre prescrizioni”. Date sulle quali, però, potrebbero nascere nuove controversie alla luce della decisione della famiglia Riva di presentare ricorso al Tar contro il piano ambientale.

Resta fuori dal decreto, invece, la possibilità di utilizzo dei soldi sequestrati ai Riva dalla magistratura milanese. Nella bozza circolata nelle scorse ore, infatti, era previsto che il giudice fosse tenuto a trasferire “al commissario straordinario, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale”. Un punto controverso sul quale la famiglia Riva sembrava intenzionata a dare battaglia sollevando l’incostituzionalità della norma. Secondo fonti vicine a Palazzo Chigi, però, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha bloccato la procedura. Lo stesso Orlando che nel dicembre scorso, da ministro dell’Ambiente, aveva introdotto nel precedente decreto salva Ilva la possibilità dello sblocco dei fondi. Fondi sui quali contava molto il subcommissario Edo Ronchi, che pochi giorni fa aveva dichiarato che quelli sequestrati dalla magistratura milanese “per ora sono gli unici realmente esistenti e con i quali possiamo finanziare gli interventi. Altrimenti, se aspettiamo l’aumento di capitale o che ci siano i nuovi azionisti, l’Ilva salta”. A scongiurare il rischio di chiusura, quindi, restano solo banche che il governo si è premurato di garantire.