In Giappone ci sono circa 40mila orfani. E anziché diminuire, come avviene in tutti i paesi “ricchi”, tendono ad aumentare. Orfani per modo di dire, perché oltre l’80% hanno ancora entrambi o almeno un genitore. Più che orfani, insomma, sono bambini abbandonati, o allontanati forzatamente da genitori che non possono o vogliono occuparsi. In Giappone, uno dei paesi con il più basso indice demografico, è un fenomeno molto triste, molto nascosto ma anche abbastanza diffuso. Sbarazzarsi di un bambino è molto facile, e non costituisce reato, a meno che non si tratti di un vero e proprio, e premeditato, infanticidio.

Per evitare il ricorso a soluzioni disperate – per un periodo andava “di moda” abbandonare i neonati nei coin locker, gli armadietti per i bagagli che si trovano in tutte le stazioni e che venivano lasciati socchiusi affinché qualcuno potesse prima o poi accorgersene – in molti ospedali c’è oggi il kochan posuto, una stanza liberamente accessibile, 24 ore su 24, con culle e minilettini. Senza alcuna formalità, si entra e si lascia il bambino. La maggior parte vengono abbandonati e basta, ma qualche volta il genitore lascia anche un foglietto con il nome e cognome, perfino il numero di telefono. Nessuno abbandona un bambino se non è disperato, e molti sperano, un giorno, di poterlo riprendere, o comunque ritrovare.

Il “sistema” giapponese, in altri casi crudele e, diremmo noi, “spietato”, in queto caso è molto tollerante. I genitori che abbandonano i figli non vengono perseguiti penalmente, né privati della patria potestà. C’è molta “comprensione” insomma, sia a livello sociale che giuridico ed istituzionale. E nonostante i recenti tagli al welfare e all’assistenza sanitaria, le strutture per la protezione dell’infanzia (jido hyogo shisetsu) come si chiamano oggi i vecchi orfanotrofi (kojiin) sono numerose, bene organizzate, pulite e affidate a persone competenti e “dedicate”. Forse anche troppo. Perché con la scusa di “proteggere” i bambini, non fanno nulla per favorirne il reinserimento in famiglia, ove possible, né l’affido, e tanto meno l’adozione.

C’è chi sospetta che questo atteggiamento sia motivato da calcoli economici (gli orfanotrofi, per la maggior parte privati, ricevono i rimborsi in base al numero degli ospiti) e dal rischio che il ritorno in famiglia può comportare: qualche anno fa una bambina appena riconsegnata alla madre è stata massacrata dalla stessa, con una mazza da baseball. Ma c’è una motivazione più profonda e drammatica: lo scarso interesse, diciamo pure la diffusa diffidenza dei giapponesi, per i quali il legame di sangue è importantissimo, per l’adozione di bambini altrui. Istituto riconosciuto dall’ordinamento giuridico solo di recente, nel 1988. Quasi quarant’anni dopo l’aborto, riconosciuto invece dal 1940.

Altra cosa è l’adozione di adulti, molto praticata anche oggi. Per scongiurare l’estinzione di una famiglia, ad esempio, è molto diffusa la pratica di adottare un parente maschio, o il genero. “Curioso. Siamo il secondo paese al mondo, dopo gli Usa, per quanto riguarda le adozioni di adulti – spiega l’avvocato Kanae Doi, direttrice di Human Rights Japan – ma l’ultimo tra i paesi industrializzati per quanto riguarda le adozioni di bambini”. Le cifre parlano chiaro: in Giappone solo il 12% degli “orfani” viene affidato o adottato, contro il 93% dell’Australia (che guida la classifica) il 77% degli Usa e una media del 50% dei paesi Europei. Se da “orfani” i bambini conducono una vita tutto sommato tranquilla, accuditi e istruiti, spesso anche avviati ad una professione (anche se a volte affiorano casi di abusi e violenze) la situazione diventa drammatica quando escono. La legge parla chiaro, e al raggiungimento della maggiore età debbono lasciare l’istituzione dove hanno passato buona parte, se non tutta, della loro vita. E qui la società giapponese mostra l’aspetto più crudele: non avere un’origine, una famiglia, un mondo di relazioni significa non avere alcuna possibilità di trovare un lavoro decente. Ne sanno qualcosa i mukosekiji, i ragazzi (che poi diventano adulti) senza identità. Persone che vivono, ma non esistono. Un po’ come l’Imperatore, che sia pur per altri e tutt’ora imperscrutabili motivi non ha un cognome, un documento d’identità, una qualsiasi prova giuridica della sua esistenza.

I mukosekiji invece un cognome ce l’hanno, magari inventato, cosa abbastanza diffusa, visto che in Giappone – pochi lo sanno – non esiste l’obbligo di avere un documento di identità. A meno che non si debba fare un concorso pubblico, iscriversi all’università o tentare di farsi assumere da una grande azienda, ai giapponesi non viene mai chiesto di esibire un documento, men che mai quando ci ferma in un albergo, come ahimè avviene da noi, grazie ad una legge fascista ancora in vigore. I mukosekiji (letteralmente, “senza iscrizione nello stato di famiglia”) hanno una casa, una famiglia, relazioni sociali, spesso un lavoro, ma non hanno assistenza sanitaria, non pagano le tasse, non possono prendere la patente e teoricamente non possono neanche morire: chi si assumerebbe la responsabilità di dichiarare deceduta una persona che giuridicamente non esiste? Ma questo è l’ultimo dei problemi, ovviamente.

Ci sono sempre i templi che – come un tempo facevano le nostre parrocchie – in cambio di congrue “offerte” risolvono le cose. Il problema è capire perché esista questo fenomeno, abbastanza diffuso (pare siano più di diecimila, nella sola Tokyo, e che aumentino al rtmo di 500 l’anno) al punto che perfino l’austera e conservatrice NHK, la radiotelevisione di stato, abbia deciso di dedicarci uno speciale. “È una delle conseguenze più drammatiche della discriminazione di genere e del terrore in cui vivono, ancora oggi, molte donne giapponesi – spiega l’avvocato Doi – quando arriva il momento di divorziare da un marito magari violento le mogli spariscono, fanno perdere le loro tracce, piuttosto che insistere per una separazione non gradita dal partner.

È una situazione molto diffusa: si resta sposati, ma di fatto non si convive. Poi però magari la moglie si innamora di un’altra persona, e ci fa un figlio. Che se viene regolaremente denunciato, finisce automaticamente nel koseki del marito. Per evitare questo rischio, la madre decide di non registrare la nascita. Di fatto, è possibile: in ospedale non c’è alcuna denuncia da compilare, il ceritificato di nascita viene rilasciato in comune, dopo la denuncia del padre o della madre”.

Il fenomeno è talmente diffuso che ci sono asili, scuole elementari e persino medie e superiori dove presidi “comprensivi” evitano di insistere sulla documentazione ufficiale e accettano l’iscrizione anche dei mukosekiji senza tante storie.