Note sparse, di chi mancava dalla Crimea da tre anni. Vista quando era ancora Ucraina. Vista oggi è cosa molto diversa. Diversa sotto molti profili. Intanto questo: se dici che la Russia ha annesso la Crimea, ti rispondono, cortesemente, spesso sorridendo: “Siamo tornati a casa”. Se accenni alla guerra in corso nel Donbass, ti rispondono: “Se non avessimo fatto il referendum del 16 maggio, oggi la guerra sarebbe anche qui”.

Sono andato al confine con l’Ucraina. Uno dei due passaggi che restano aperti, che porta alla regione di Kherson. Tre mesi fa c’era un hotel, che adesso è rimasto intrappolato tra i reticolati di filo spinato. Un’immensa palude grigia, con le tende dei soldati che guardano le guardie di frontiera. Poche auto, qualche tir. Un chilometro prima di arrivare sull’avamposto c’è ancora un monumento: due cannoni dipinti di verde, entrambi su un basamento con una sola scritta: 1941-1945. I cannoni sono puntati verso l’Ucraina di oggi. Allora da quella parte arrivarono i tedeschi, accompagnati dalle Waffen SS di Stepan Bandera, i cui seguaci siedono oggi al governo di Kiev. Tutto dice che si è aperta una fase che sarà lunga e difficile. Il risultato del referendum è stato travolgente. Per molti anche inatteso. Indietro non si tornerà più. Per lo meno in un futuro prevedibile. La Crimea è di nuovo russa. Qui nessuno ne dubita. Ma i problemi ci sono. Trasferire da uno Stato a un altro due milioni e mezzo di persone non è cosa semplice. Tutte le banche ucraine hanno tolto le tende. Il passaggio al rublo è in corso, ma richiederà tempo. Le carte Visa e Master Card non funzionano. Gli uffici postali pagano le pensioni, in rubli, ma gli scambi economici si divincolano a fatica. Sulle macchinette che distribuiscono bevande c’è scritto, sulla bandiera tricolore russa: “qui potete mettere i rubli”. Ma intanto l’Europa ha fatto sapere che non concederà visti d’ingresso a passaporti dove c’è scritto “residente in Crimea”. Dunque adesso sono cittadini russi, ma discriminati dall’Ue: vendetta per punirli di avere votato contro Kiev. Gli ucraini di Crimea, i “non russi”, sono in gran parte rimasti. Le loro proprietà sono state rispettate, non hanno perso il loro lavoro. Dunque perché andarsene? Solo gli oligarchi ucraini sono scappati e i loro beni sono stati sequestrati e nazionalizzati. Nel tripudio generale.

Meno entusiasmante l’atteggiamento dei tatari. Il loro vertice politico, Kurultai, ha gradito poco il “ritorno in Russia”. Kiev aveva lasciato spazio libero alle occupazioni delle terre”. Anche in funzione anti-russa. Adesso temono restrizioni. In viaggio da Simferopoli a Sebastopoli si vedono centinaia, anzi migliaia di casette finte, incomplete, appena tratteggiate. E l’usucapione di massa. “Dopo” verranno costruite sul serio, dai discendenti. Per ora si occupa il territorio. E’ la strategia dei tatari, anche questa è una specie di vendetta. In fondo a deportare i loro nonni furono i sovietici. E i sovietici sono russi, per loro. E non hanno neanche tutti i torti, sebbene i loro nonni ne abbiano avuti non pochi. Ma una cosa è certa, anche per loro: Putin farà scorrere fiumi di denaro per trasformare questa Crimea in una vetrina. Anche a loro toccherà una parte del ben di Dio. Dunque se ne stanno nelle loro case, attorno alle piccole moschee che punteggiano il panorama attorno a Simferopoli, abbastanza tranquilli. Hanno votato anche loro in molti per il “ritorno in Russia”. Ma bisogna anche dire che i 23 anni “ucraini”, paradossalmente, hanno lasciato intatte molte cose del passato sovietico. La Crimea appare, a prima vista, come mediamente “più sovietica” della stessa Russia. Qui le strade sono ancora piene di buche e delle Zhigulì e delle Lada. Il turismo è ancora quello dei tempi sovietici. La corruzione ucraina non è stata seconda a quella russa. E ora, quando a settembre ci saranno le elezioni per il nuovo parlamento e gli organi del governo locale, si tratterà di vedere se i crimeani sapranno fermare gli affaristi moscoviti che arriveranno in cerca delle loro fette di torta. Ho tenuto un’affollata conferenza in quello che oggi è il Museo di Tauride. Ottimo museo, collocato nell’edificio, sulla Via Gogol, che fu un tempo sede del Comitato di partito di Simferopoli.

Rimasto tale e quale come allora. Il direttore, cortese, mi mostra sorridendo il suo attuale ufficio: era lo studio del Segretario cittadino del Pcus. Stesse pareti rivestite di legno chiaro, stesse poltrone, un po’ lise, stesso odore di socialismo reale. Adesso tutti parlano di modernizzazione, ma non sarà una passeggiata. Sulla strada per Sebastopoli scorrono i panorami splendidi di una terra ancora in gran parte non coltivata. C’è spazio per altri tre milioni di contadini. Ma l’accompagnatrice mi guarda con aria di rimprovero. “Ma che dice? A noi piacciono i grandi spazi liberi!” Ha ragione lei, penso. E penso anche che quelli di Kiev si sono sparati sui piedi perdendo questa terra davvero meravigliosa. Sebastopoli è un gioiello, ancora tutto ottocentesco. Guai a toccarlo! Un grande edificio in vetrocemento è stato costruito proprio davanti al porto, sollevando proteste di tutta la popolazione. Adesso l’oligarca che lo ha voluto è scappato a Kiev. Ma una cosa è evidente. Qui la Russia c’è sempre stata e non se n’è mai andata. C’era la Flotta e c’è ancora. C’era la storia russa, tutta intera: quella degli zar, quella sovietica. C’era la letteratura russa, di Lev Tolstoi, di Pushkin, di Cekhov. E adesso è pieno di bandiere nazionali russe. Ce ne sono di più di quelle – americane s’intende- che sventolano a Washington. Qui è venuto, il 9 maggio, il presidente Putin, a posare la corona di fiori al monumento dei caduti russi e ucraini della Grande Guerra Patriottica. E, non a caso, la statua dell’Ammiraglio Nakhimov che si erge al centro della piazza omonima, nel quartiere di Balaklava, gloria della Russia intera, sta proprio di fronte all’arcigno monumento della vittoria sul nazismo. Sul lungomare la gente mangia tranquillamente i “plombir”, i gelati al latte dell’epoca sovietica, invariati, e beve coca cola.

Si vendono magliette che inneggiano alla Russia e a Putin. Passano le navette per turisti, per adesso solo russi, ma si aspettano gli occidentali. Comunque finisca la crisi ucraina (e si spera che finisca), da qui la Russia non tornerà più indietro. Questa è l’unica cosa certa in questa storia piena di incertezze. I tre ubriaconi che firmarono il patto della Beloveshkaja Puscha, la notte dell’8 dicembre 1991, nel quale proclamavano, tra una vodka e l’altra, che “l’entità un tempo nota come Unione Sovietica non esisteva più”, non si resero conto che sollevavano onde che sarebbero arrivate a riva molti anni, anzi decenni, dopo di loro. Si chiamavano Eltsin, Kravchuk, Sushkevic, ma chi se li ricorda più?