Analisi falsificate sul latte utilizzato per produrre Parmigiano Reggiano, forme stagionate per essere destinate al mercato, nonostante il contenuto potenzialmente pericoloso per i consumatori. È nel cuore della Food Valley, a Parma, che i carabinieri del Nas hanno sventato un giro di falsificazioni riguardanti proprio la materia prima destinata al pregiato prodotto caseario, che ha portato all’arresto di quattro persone per un’inchiesta che vede coinvolti 63 indagati. In manette sono finiti il direttore del Centro servizi per l’agroalimentare Sandro Sandri, due contitolari di un caseificio di Lesignano Bagni e un’azienda agricola di Montechiarugolo, nel parmense, che collaboravano tra loro, ignorando ripetutamente i parametri per la sicurezza alimentare. Tutti e quattro sono ai domiciliari con l’accusa in concorso di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di falso in atto pubblico e alla commercializzazione di sostanze alimentari nocive e di prodotti non genuini come genuini. Contestata inoltre la tentata truffa aggravata finalizzata alla ricezione di pubbliche erogazioni da parte della Regione, per i contributi che possono essere richiesti all’ente per la qualità del latte.

Le indagini, coordinate dal pm Fabrizio Pensa, sono cominciate undici mesi fa e hanno riguardato 13 caseifici del Consorzio del Parmigiano Reggiano, in cui sono stati eseguiti controlli e perquisizioni. I carabinieri hanno sequestrato 2402 forme di Parmigiano Reggiano potenzialmente tossico, che fortunatamente non erano ancora state messe in commercio. Le analisi sul latte erano state svolte nei laboratori del Centro servizi per l’agroalimentare di via Torelli, a Parma, un centro privato accreditato a livello nazionale per le analisi sui prodotti caseari. Secondo quanto accertato dalle indagini degli inquirenti, negli ultimi mesi però le analisi sono state contraffatte. In particolare, sono stati alterati i parametri sulla presenza di aflatossina, una sostanza potenzialmente cancerogena per l’uomo che si può formare nel mais in periodi di particolare siccità, passando poi nel latte attraverso la catena alimentare. Secondo l’Unione europea, l’aflatossina può essere tollerata solo in quantità minima, pari a 0,05 microgrammi per litro. Nelle partite di formaggio analizzate dai carabinieri però, è stato accertato che il limite in alcuni casi sforava fino a quasi il doppio delle quantità consentite. Il latte interessato infatti, che veniva destinato esclusivamente alla produzione di Parmigiano Reggiano, proveniva dall’azienda agricola in cui era stato utilizzato mais contaminato dalla tossina. Ma dalle analisi uscite dal Centro servizi per l’agroalimentare questo non risultava, tanto che nessuna segnalazione è arrivata all’Asl e la buona qualità del latte, ottenuta grazie alle falsificazioni, era stata utilizzata perfino per chiedere contributi pubblici alla Regione Emilia Romagna.

A chiarire la situazione è stata l’indagine dei Nas, cominciata proprio a seguito del periodo di siccità della scorsa estate, che poteva far presupporre la formazione della sostanza tossica nel mais e quindi la sua potenziale diffusione ai prodotti caseari. Gli inquirenti hanno accertato che il direttore del laboratorio e i titolari dell’azienda e del caseificio utilizzavano ripetutamente il sistema delle false certificazioni per trasformare le materie, prime che altrimenti sarebbero state inutilizzabili. Il rischio è che questa pratica, ripetuta sistematicamente, sia stata messa in atto anche in periodi precedenti non interessati dalle indagini, e che quindi latte con valori fuori norma sia già stato immesso sul mercato in passato.

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