Ieri, alla Grande Chambre di Strasburgo, in merito al ricorso denominato Parrillo contro Italia, si è discusso sull’opportunità di eliminare il divieto di ricerca scientifica sugli embrioni, uno dei molti divieti della Legge 40 per la fecondazione medicalmente assistita che negli ultimi anni ha già visto “demolite” da parte di tribunali italiani molte delle sue norme dichiarate incostituzionali

Nel 2003, con il mio compagno avevamo crioconservato degli embrioni per poter successivamente accedere ad una fecondazione assistita. A novembre dello stesso anno lui muore in un attentato in Iraq. Nel 2004 l’Italia vara la Legge 40, una legge troppo punitiva per i tanti divieti per chi voleva un figlio; tra questi, il divieto di fecondazione post-mortem. Come già scritto precedentemente, un figlio a tutti i costi non è mai stata mia vocazione, e mai lo avrei voluto con un compagno non più in vita; decido allora di donare gli embrioni alla Ricerca scientifica, ma anche qui, la Legge 40 me lo impedisce.

La legge 40 vieta la donazione ad altra coppia o alla ricerca, a differenza di tutti gli altri Paesi europei, ma in questo modo sono migliaia gli embrioni che non troveranno alcuna destinazione se non la crioconservazione a tempo indefinito.

In fatto di tecniche di procreazione medicalmente assistita il nostro ordinamento è piuttosto “schizofrenico”. Da una parte la contraddittorietà della norma medievale per il divieto di impiegare gli embrioni nella ricerca – l’embrione non impiantato è tutelato con sanzione penale da tre a sei anni –  ma con la possibilità, da parte delle nostre università, di importare dall’estero cellule staminali di origine embrionale umana sempre a scopo di ricerca.

Dall’altra, la civilissima Legge 194, che consente alla donna di abortire anche quando l’embrione è impiantato; dopo i 3 mesi per problema di salute, nei primi 3 mesi anche per semplice ripensamento.

Per la difesa di Adele Parrillo ieri, alla Grande Chambre della Corte Europea vi era il collegio legale Paoletti e l’esperto di staminali da lui nominato Michele De Luca, Professore di Biochimica, Direttore del Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” e del Centro Interdipartimentale Cellula Staminali e Medicina Rigenerativa, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. A rappresentare il governo italiano e a difendere a spada tratta la proibizione della ricerca era presente a Strasburgo l’esperto Assuntina Morresi, di area cattolica.

Sul divieto di poter donare cellule embrionali alla Ricerca, oltre alla sentenza della Corte Europea, nei prossimi mesi è prevista altresì una sentenza della Corte costituzionale che prenderà in esame anche il divieto di accesso per le coppie fertili portatrici di malattie genetiche.
Mai legge – che avrebbe voluto far nascere nuove vite – fu più abortita.